
Lettera aperta ai Sindaci sui bilanci e sulla generazione di un nuovo sistema economico-sociale locale equo ed innovativo
Con la presente il Centro culturale Francesco Luigi Ferrari intende offrire un proprio contributo per affrontare nel miglior modo possibile la difficile situazione attuale, in particolare il passaggio critico che stanno attraversando le amministrazioni locali nel predisporre i bilanci comunali.
Siamo consapevoli che i Sindaci si trovano tra Scilla e Cariddi: da una parte il calo delle risorse e dall’altra le crescenti difficoltà di persone, famiglie e imprese acuite dalla perdurante crisi economico/finanziaria.
Ma forse questo è il momento migliore per cambiare veramente rotta.
Attacchi, paradossi, dilemmi
Da diversi anni, e da più parti, il welfare è stato oggetto di attacchi e manipolazione che ne hanno modificato la natura e la funzione.
F Ha subito attacchi da chi – fautore di un welfare residuale – ne ha ridotto progressivamente il finanziamento, impoverendolo e relegandolo al solo ruolo assistenziale a fronte di quello ad esso più proprio di natura più promozionale e comunitaria;
F Ha subito attacchi da chi – promuovendo un welfare tecnocratico – ha introdotto standard, procedure e modalità di controllo che ne hanno inibito lo spirito di azione, imbalsamato la possibilità di adeguamento alle esigenze dei cittadini e dei territori e, in definitiva, la capacità di avviare percorsi reali di innovazione sociale;
F Ha subito attacchi da chi – sostenendo un welfare ideologico – ha difesa modelli, idee e politiche sganciate dalle novità imposte dal cambiamento ed ancorate ad idee fuori tempo massimo inibendo nella comunità la capacità di iniziativa;
F Ha subito attacchi da chi – sostenendo un welfare strumentale – ha concentrato l’attenzione sull’offerta, a difesa delle quote di mercato, piuttosto che delle finalità specifiche dei servizi che venivano erogati.
In questo quadro, gli amministratori locali si sono dovuti mettere sulle spalle il fardello della gestione del welfare, razionalizzando una spesa sociale già ridotta al minimo, tagliando servizi senza che i cittadini se ne accorgessero, utilizzando i residui di bilancio, valutando con troppo ottimismo le entrate, utilizzando gli oneri di urbanizzazione e i ricavi ottenuti dalla vendita di patrimoni per finanziare la spesa corrente e, in ogni caso, faticando per attivare dei reali processi di cambiamento.
Ma questo non è più sufficiente, innanzitutto occorre dire come stanno le cose, richiamare ciascuno alle proprie responsabilità, risultare credibili e coerenti con le cose che si promettono.
Siamo di fronte al paradosso che mentre le risorse pubbliche diminuiscono, anche per il calo dei trasferimenti dello stato, aumenta invece la domanda, legittima, di servizi e di contributi per far fronte a nuovi e vecchi bisogni (disoccupazione, povertà, imprese che chiudono), e cresce anche la domanda di qualità e di appropriatezza degli interventi. A questo se ne aggiunge un secondo che riflette uno stato delle politiche locali che rendono stabile la condizione di bisogno e rendono rigida l’offerta. E’ sufficiente ricordare la situazione degli anziani e della non autosufficienza dove la maggiore qualità degli interventi, oltre a tradursi in una crescita dei costi a carico della collettività e degli utenti, ha concorso a sostenere un mercato sommerso per quelle famiglie che non hanno accesso ai servizi pubblici. Oppure la situazione dei nidi ai quali accedono le famiglie in reali situazioni di bisogno accanto a quelle, lavoratrici, che possono pagare le rette (i cosiddetti buoni pagatori).
Gli amministratori si trovano di fronte al non facile dilemma di decidere dove destinare le risorse a disposizione, e dove reperirne, eventualmente, di nuove ma, purtroppo, in assenza di informazioni vere sull’efficacia degli interventi e sui bisogni delle famiglie e delle imprese.
Ora serve più coraggio: dall’universalismo selettivo alle selezioni eque e innovative
Gli amministratori locali devono riprendersi in mano il welfare e traghettarlo nel futuro, devono avere il coraggio di fare scelte eque per gestire l’oggi e scelte innovative per costruire il domani.
Servono scelte eque per gestire l’immediato, per gestire il taglio dei finanziamenti imposti dal governo centrale e per mettere le mani nelle tasche delle famiglie in modo equo, chiedendo a chi ha di più di contribuire un po’ di più al mantenimento del livello essenziale di quel grande valore che è il welfare.
Servono in altri termini nuove coordinate quali:
F Selezioni eque nell’individuazione dei servizi da garantire a chi ha veramente bisogno (equo accesso), non utilizzando il solo criterio economico per evitare la costruzione di un welfare residuale;
F Selezioni eque nelle politiche di redistribuzione (equa redistribuzione); la cosiddetta addizionale irpef dovrebbe basarsi sul reddito familiare equivalente e non su quello individuale mantenendo il criterio della progressività; i nuovi investimenti potrebbero essere fatti con una imposta di scopo; il ricorso a nuovi mutui è possibile se relativo a opere che generano reddito;
F Selezioni eque nelle politiche tariffarie (equa retta); se è consolidato il principio che la tariffa deve essere in equilibrio con il bilancio comunale è altrettanto vero che essa deve garantire lo stesso equilibrio con il bilancio familiare e con quello delle imprese; è necessario anche un controllo rigoroso delle tariffe dei servizi pubblici locali affidandolo ad un soggetto terzo;
F Selezione nell’offerta di servizi (equa qualità); l’enfasi e gli investimenti sulla qualità, che si basa prevalentemente su standard tecnici sostenuti dal processo di accreditamento previsto dalla Regione, sono nei fatti a discapito dell’equità. La preoccupazione, condivisibile di garantire un’offerta professionale sembra andare a discapito di coloro che sono esclusi dal sistema di offerta e che rischiano di rimanere tali. Non ci può essere qualità senza equità.
F Selezioni eque perché trasparenti e basate su priorità e informazioni chiare e diffuse (equa informazione) senza per questo penalizzare le politiche sociali rispetto a quelle legate allo sviluppo.
Redistribuire le risorse non è sufficiente occorre allocarle efficientemente e eliminare gli sprechi
Servono scelte visionarie per costruire il futuro, per rimettere il welfare al servizio delle persone, delle famiglie e della comunità, per ricostruire lo spazio dell’innovazione sociale e del cambiamento in un contesto nel quale governi tecnocratici hanno reso marginali gli spazi di cambiamento e la possibilità di generare forme alternative e domestiche di risposta alle proprie esigenze.
In tale contesto alcune scelte appaiono necessarie, in particolare:
1. L’attuale crisi obbliga a scelte essenziali rispetto ad una concezione allargata del welfare che comprende oltre a sociale e sanità anche istruzione, formazione, lavoro, ambiente.
2. L’attuale crisi obbliga ad aggiornare l’attuale sistema informativo territoriale. Risulta difficile attuare reali politiche redistributive se non si hanno le informazioni necessarie per progettarle ed attuarle ma soprattutto se non si decide di cambiare l’attuale struttura della spesa corrente e le scelte di investimento, che appaiono fortemente vincolata da scelte fatte negli anni precedenti e che ora frenano il cambiamento. Lo stesso vale per le politiche di sviluppo che possono risultare maggiormente efficaci se mirate a specifici target.
3. L’attuale crisi obbliga alla sussidiarietà, verosimilmente quella buona, che sostiene l’assunzione di responsabilità a partire dal basso in una prospettiva di auto-mutuo aiuto e non quella che scarica le inefficienze del pubblico sulle famiglie e all’interno della famiglie soprattutto sulle spalle delle donne. L’approccio basato sulla prossimità consente di valorizzare interventi anche di piccola dimensione che possono risultare particolarmente efficaci nei territori marginali.
4. L’attuale crisi obbliga il volontariato a dipendere economicamente e culturalmente sempre meno dal pubblico e a riscoprire le proprie origini e i propri compiti centrati sulle relazioni di reciprocità.
5. L’attuale crisi obbliga i soggetti profit e no profit che operano con il pubblico a ricercare nuove traiettorie di sviluppo aperte al mercato.
6. L’attuale crisi obbliga ad abbandonare il concetto di qualità tecnico-burocratico basato su standard che soffocano l’innovazione e la partecipazione oltre a limitare l’accesso degli utenti verso un’idea più inclusiva basata sulla prossimità al territorio e alle persone e al loro sistema di relazione a partire dalla famiglia.
7. L’attuale crisi obbliga a fare i conti con i cosiddetti costi della politica che in misura maggiore sono sostenuti dalle scelte amministrative sbagliate o in ritardo e da un assetto organizzativo non ottimale e che non premia le scelte di risparmio pur mantenendo il raggiungimento degli obiettivi.
8. L’attuale crisi obbliga a fare i conti con le diseconomie dovute alla frammentazione degli interventi che riflettono altrettanti centri di potere con sovrapposizione di ruoli e competenze. Occorre operare in termini di filiera di produzione dei servizi e conseguentemente occorre prevedere l’aggregazione di comuni, enti organizzazioni troppo piccole per funzionare efficientemente. Occorre poi recuperare e rimettere in economia i patrimoni immobiliari improduttivi, ripensare il processo di pubblicizzazione delle ex-ipab, e soprattutto dare un ruolo attivo alle fondazioni di origine bancaria che non sia di mero sostegno all’esistente ma di agente delle innovazioni sociali e di investimenti che incrementino la sostenibilità del nuovo sistema economico-sociale.
9. L’attuale crisi obbliga il sistema delle imprese, a partire da quelle più dinamiche sui mercati, ad agire secondo una prospettiva di welfare aziendale, sostenute in questo dai propri lavoratori.
10. L’attuale crisi obbliga a dotarsi di un sistema di valutazione degli interventi e di controllo sui beneficiari rispetto al possesso delle caratteristiche di meritorietà.
Generare un nuovo sistema di relazioni tra le persone, tra le organizzazioni e tra le persone e le istituzioni
Le prospettive sopra elencate, che non hanno certamente la presunzione di risultare esaustive, rimandano alla necessità di interventi, inevitabilmente anticiclici, di cui alcuni possono risultare efficaci nel breve periodo ed altri nel medio.
Si comprende che non c’è un’unica soluzione ad un problema oggettivamente complesso ma che occorre far leva su una tastiera di strumenti e di attori.
Per riprendere in mano il proprio futuro, occorre una regia equa ed innovativa che sia credibile, coerente e disinteressata ma anche degli attori altrettanto credibili, coerenti e disinteressati.
Le scelte che saremo obbligati a fare impatteranno inevitabilmente sui nostri comportamenti e sui nostri stili di vita e avranno un esito positivo se saranno fatte insieme da persone, famiglie, imprese, amministratori e tutti questi potranno lavorare per un obiettivo comune solo se avranno fiducia gli uni negli altri.
Centro culturale Francesco Luigi Ferrari
Modena, 9 novembre 2011
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