Il potere dell’amore nell’epoca della globalizzazione

Convegno

Sabato 24 aprile 2010

Modena, Palazzo Europa — via Emilia Ovest 101

 

in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena nell'ambito del progetto Il potere dell'amore

 

 

Coordinamento scientifico del Convegno: Riccardo Prandini,

Professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Bologna

 

 

Sessione I

Le culture (alla prova) dell'amore

Sintesi delle relazioni

  

 

Luce Irigaray

 

Amare l'altro come altro

 

Abbiamo imparato ad amare l’altro come noi stessi, affidando alla nostra cultura che privilegia il medesimo, l’identico, l’uguale ecc. e perfino a Dio il ruolo di regolare un tale amore.

Siamo rimasti come bambini di una stessa famiglia che condividono lo stesso padre e gli stessi valori e che costituiscono una sorta di unità in cui ciascuno e ciascuna alienano in parte la loro singolarità.

 

La nostra epoca ci confronta con l’obbligo di fare un passo in più per amare l’altro, colui o colei che non appartiene alla stessa famiglia, che non condivide la stessa identità, lo stesso mondo, che sia di un altro genere, di un’altra generazione, di un’altra tradizione o cultura.

Ma avvicinare l’altro e condividere con l’altro fuori da una condivisione di valori comuni è un impegno difficile.

 

La nostra tradizionale educazione ha trascurato la formazione di un’identità relazionale che costituisce una parte decisiva della nostra umanità e di cui i nostri tempi ci costringono a farci carico per uno sviluppo dell’umanità che spetta a noi di compiere. Cercherò, quindi, di proporre qualche via per affrontare questo compito nuovo che la mondializzazione, l’educazione o la liberazione della donna, l’attenzione portata ai rapporti fra le generazioni ci impongono di eseguire. Spiegherò anche che abbiamo bisogno di trascendenza in quanto umani e che il rispetto dell’altro come altro ci consente di trascenderci senza bisogno di condividere la stessa trascendenza con l’altro e di imporgli la nostra trascendenza come la sola trascendenza valida.

 

 Luce Irigaray è Direttrice di ricerca in Filosofia al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi.

Tra le sue pubblicazioni: La via dell'amore, Torino, Bollati Boringhieri, 2008; Condividere il mondo, Torino, Bollati Boringhieri, 2009; Il mistero di Maria, Milano, Edizioni Paoline, 2010.

 

 

Piero Coda

 

Singolarità dell'agape e/o universalità dell'amore?

 

L’amore è un’esperienza antropologica fondamentale, forse la più fondamentale e originaria: un’esperienza pluriforme, che investe l’esistenza tutta della persona e i diversi rapporti in cui essa s’esprime, e che è carica anch’essa – come tutte le nostre esperienze – della problematicità e dell’ambiguità che caratterizzano la condizione umana.

Nell’orizzonte dell’universale esperienza dell’amore, si colloca la singolarità del messaggio cristiano. Un’originalità così marcata che si è manifestata, culturalmente e storicamente, in una novità terminologica (almeno relativa) e in una più marcata novità semantica. La prima è espressa dal vocabolario neotestamentario che ha privilegiato il termine agápe per dire ciò che l’annuncio cristiano intende per amore; mentre la seconda è costituita dal fatto che il contenuto e il significato di ciò che l’annuncio cristiano intende per amore è determinato dal centro del kerigma cristiano: l’evento pasquale della morte e della risurrezione di Gesù di Nazareth. La novità cristiana, che così si staglia netta e marcata nell’orizzonte dell’universale esperienza umana, è attestata anche dal fatto che – in tutte almeno le lingue moderne dell’area europeo-occidentale, che è, dal punto di vista storico, la più profondamente segnata dalla fede cristiana – troviamo costantemente due termini per dire l’esperienza dell’amore: amore e carità in italiano; amour e charité in francese; amor e caridad in spagnolo; amor e caridade in portoghese; Liebe e Caritas in tedesco; Love e Charity in inglese.

Obiettivo della relazione è, innanzi tutto, mettere a fuoco il significato singolare dell’agápe cristiana, sottolineandone, in particolare, la derivazione originaria dall’eccedenza inesauribile e dalla gratuità chenotica dell’amore di Dio, anzi dell’Amore che è Dio (cfr 1Gv 4,8.16), e insieme l’intrinseca intenzionalità a una reciprocità indefinitamente aperta ed effusiva; e insieme esprimere come tale singolarità, interpretando il desiderio profondo e nascosto che attraversa ogni forma di autentico amore, propizi in realtà l’apertura di quello spazio universale in cui possono trovare il loro ambito d’esercizio le diverse forme dell’amore e le diverse esperienze e culture dell’umano, che tendono a incarnarlo.

  

Piero Coda è Professore di Teologia sistematica presso l'Istituto universitario Sophia di Loppiano (Firenze).

Tra le sue pubblicazioni: Evento Pasquale. Trinità e storia, Roma, Città Nuova, 1984; Teo-logia. La parola di Dio nelle parole dell’uomo, Roma, Pontificia Università Lateranense, 1997; Il Logos e il nulla. Trinità, religioni, mistica, Roma, Città Nuova, 2003; Dio che dice Amore, Roma, Città Nuova, 2007.

 

Giuseppe Fornari

 

Amore come mediazione oggettuale e sacrificale

 

Per sviluppare una riflessione significativa sull’amore bisogna respingere ogni sua assunzione naturalistica o metafisica che lo dia per scontato, come ogni visione riduzionistica che lo annulli in qualche spiegazione scientifica ritenuta più originaria. L’approccio corretto è di tipo fenomenologico, cioè attento alle risultanze osservative e fenomeniche dell’amore, e genetico, cioè disposto a elaborare una spiegazione storica e antropologica di tale fenomeno.

Un aspetto fenomenicamente costitutivo dell’amore è il suo voler raggiungere un “oggetto” relazionale e significante, che è rappresentato da un altro essere umano. Tale oggetto realizza l’amore facendo ricadere sul soggetto il suo riconoscimento generatore di significato. È la dimensione “oggettuale” dell’amore. Sarebbe tuttavia un errore appagarsi di questa definizione, che designa una meta ideale, senza dire alcunché sulle sue modalità di raggiungimento e compimento. Il punto è che l’oggetto generatore di significato, nel suo valore tendenzialmente infinito, si presenta come trascendente rispetto a noi: il suo raggiungimento è dunque una soluzione di continuità che espone alla sconfitta e allo scacco. Proprio perché può realizzare la totalità del nostro essere, l’amore la può revocare, rivelandosi forza distruttiva.

Storicamente e antropologicamente è stato il sacrificio il passaggio capace di delimitare il potenziale distruttivo dell’amore e di veicolarne la forza costruttiva e coesiva. L’amore umano si esercita sempre a favore dei suoi destinatari e contro coloro che sono visti come un ostacolo sulla sua strada, o comunque come un fattore estraneo da neutralizzare e allontanare; non solo, anche chi ne viene investito è sempre suscettibile di trasformarsi in ostacolo e nemico qualora venga meno alle condizioni che hanno reso l’amore possibile. Come se non bastasse, ogni dimensione oggettuale è sottoposta agli accidenti della condizione storica umana, che la morte circonda da ogni lato e conchiude. L’amore umano, pertanto, pone l’esigenza della realizzazione oggettuale, ma da solo è incapace di assicurarla. L’alternativa capace di affrontare e porre in rapporto questi estremi paradossali è rappresentata dall’amore cristico. Cristo incarna l’esigenza umana di una piena realizzazione oggettuale dell’amore, realizzazione che però espone al sacrificio e alla morte. La piena accettazione di questi limiti li trasforma in manifestazione trascendente d’amore. In tal modo l’amore sacrificale diviene in Cristo la realizzazione suprema dell’oggettualità dell’amore. L’oggetto umano, sacrificato e annullato, risorge in una vita amorosa che è indistruttibile, perché la morte stessa l’ha confermata.

  

Giuseppe Fornari è Professore di Storia della filosofia presso l'Università di Bergamo.

Tra le sue pubblicazioni: Da Dioniso a Cristo. Conoscenza e sacrificio nel mondo greco e nella civiltà occidentale, Genova-Milano, Marietti, 2006 (1 ed. 2001); Il caso Nietzsche. La ribellione fallita dell'anticristo (con R. Girard), Genova-Milano, Marietti, 2002; Le due paci. Cristianesimo e morte di Dio nel mondo globalizzato (con M. Ceruti), Milano, Raffaello Cortina, 2005; La bellezza e il nulla. L'antropologia cristiana di Leonardo da Vinci, Genova-Milano, Marietti 2005

 

Sessione II

Inflazioni e deflazioni dell'amore: le ambivalenti potenze di un simbolo culturale

Sintesi delle relazioni

 

Jean-Claude Kaufmann

 

Riflessioni sugli insuccessi politici dell’amore

 

E se l’amore fosse anche una questione politica ? Anzi, se fosse un argomento cruciale, della più scottante attualità ? La sua straordinaria storia – che non può essere ricondotta esclusivamente a questioni di natura privata – ci pone invece alcuni interrogativi sui valori che caratterizzano la nostra epoca. Quando l’orizzonte delle possibilità di vita dominato dall’economia si assottiglia e si restringe, provocando insoddisfazioni e sofferenze, le ragioni dell’amore come strumento politico riemergono inevitabilmente. Gli insegnamenti che possiamo trarre dai suoi precedenti insuccessi divengono allora straordinariamente preziosi.

 

L’attenzione del mio intervento si concentra sul periodo in cui l’individuo autonomo emerge come nuovo perno della regolazione sociale. I paradigmi che si sono confrontati sulla definizione di questo tipo di individuo sono diversi, ma se ne distinguono soprattutto due. Il primo è quello dell’individuo in relazione alle diverse forme d’amore. Il secondo è quello dell’individuo egoista e calcolatore, che domina ormai la vita pubblica in quanto riferimento centrale negli scambi di equivalenti di tipo economico.

 

Nel corso dei secoli, attraverso dibattiti appassionati ed aspettative deluse, l’amore ha sognato di guidare il mondo. Ad ogni insuccesso pubblico, ha trovato il modo di riconvertirsi e ricollocarsi nella vita privata, inventando un mondo parallelo, un universo consolatorio contrapposto all’asprezza del mondo esterno.

 

 Jean-Claude Kaufmann è Direttore di ricerca al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, presso l’Università Paris Descartes.

Tra le sue pubblicazioni: L'invention de soi. Une théorie de l'identité (Armand Colin, Parigi, 2004); Agacements. Les petites guerres du couple (Armand Colin, Parigi, 2007), traduzione italiana Baruffe d’amore. Le piccole guerre di coppia (Il Mulino, Bologna, 2008); L'étrange histoire de l'amour heureux (Armand Colin, Parigi, 2009).

 

 

Silvano Petrosino

 

L'ordine della casa. Relazione, economia e dono

 

Di fronte ad un società come la nostra, quella del cosiddetto «primo mondo», sempre più chiusa in se stessa ed egoistica, di fronte ai disastri di una finanza che ha creduto di potersi liberare da qualsiasi preoccupazione morale, sociale e politica, di fronte a quella insistente «pulsione a consumare» che pare configurarsi come l'unica vera attività di molti individui, in questi ultimi anni si sono intensificati gli appelli alla relazionalità, al rispetto e alla cura dell'altro, più in generale a quella pratica del dono che sembra essere l'unica in grado di opporsi ad una deriva narcisistica che tutti dichiarano di condannare.

Simili appelli non possono che essere condivisi; infatti, chi potrà mai ragionevolmente negare la necessità, per il bene del singolo soggetto e di conseguenza per quello dell'intera società, di aprirsi alla relazione, di prendersi cura dei legami, di riconoscere l'alterità, di salvaguardare le differenze?

Tuttavia bisogna anche riconoscere che una simile unanimità si è spesso trasformata in una sorta di trappola per il pensiero: essendo tutti d'accordo, si è finito per credere o ci si è autoconvinti a credere di poter evitare di ritornare su parole e concetti che ormai sono sulla bocca di tutti e il cui senso non sembra riservare più alcuna sorpresa.

La filosofia, fin dalle sue origini, ha manifestato un evidente  malessere nei confronti di ciò che si definisce il «senso comune»; in tal senso essa non si è stancata di vigilare, predicando la pazienza e sollecitando la continua interrogazione o decostruzione di quell'«ovvio» che tende quasi inevitabilmente ad essere nemico del vero.

Nella speranza di dimostrare almeno un po' di un simile spirito critico, il presente contributo si propone di ritornare ancora una volta su alcuni dei concetti (relazione, economia, dono) che più frequentemente sono posti al centro dell'attuale dibattito culturale sviluppando una riflessione che, come spesso è accaduto e per fortuna continua ancora ad accadere in filosofia, sarà anche una disamina sul senso di certe parole e sull'uso che se ne fa.

 

 Silvano Petrosino è Professore di Teoria della comunicazione e Filosofia morale presso l'Università Cattolica di Milano e Piacenza.

Tra le sue pubblicazioni: Babele. Architettura, filosofia e linguaggio di un delirio, Genova, Il Melangolo, 2003; Capovolgimenti. La casa non è una tana, l'economia non è il business, Milano, Jaca Book, 2008; La scena umana. Grazie a Derrida e Lévinas, Milano, Jaca Book, 2010.

 

 

 

 

Francesco Botturi

 

Affettività e generatività

 

 

Impossibilità del legame?

Nella cultura contemporanea si registra universalmente una difficoltà al legame affettivo, a un’affettività che generi legami. Prevale l’ “emotivismo”.

 

Logos e affetti.

Questa condizione riporta a una difficoltà permanente nella cultura occidentale a equilibrare adeguatamente affetti e ragione; meglio a identificare una loro comune radice e a pensare di conseguenza l’uomo.

 

Amore e giudizio.

L’affetto umano trova la sua figura appropriata nella misura in cui è vissuta e pensata  in comunicazione interiore con la capacita del giudizio di affermare l’essere dell’altro e di volerlo come tale: l’amore è opera della volontà rasserenata dal giudizio (voler bene).

 

Moralità dell’amore: libertà, fedeltà, generatività.

L’amore è opera di libertà rivolta ad altra libertà e per questo fedele e insieme generativa della propria e altrui  identità. Identità relazionale generativa dell’uomo come tale, in cui si iscrive anche la fecondità dell’amore

 

 Francesco Botturi è Professore di Filosofia morale presso l'Università Cattolica di Milano.

Tra le sue pubblicazioni: Etica degli affetti?, in AA.VV., Affetti e legami, “Annuario di Etica” 1, a cura di F. Botturi e C. Vigna, Milano, Vita e Pensiero, 2004, pp. 37-64; Naturalismo etico e prospettiva classica, in AA.VV., Natura in etica, “Annuario di Etica” 6, a cura di F. Botturi e R. Mordacci, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp. 47-68; La generazione del bene. Gratuità ed esperienza morale, Milano, Vita e Pensiero, 2009.

 

 

 

 

 Sessione III

Amore-caritas e progresso sociale

Sintesi delle relazioni

 

Margaret Archer

 

"Noi siamo ciò che amiamo": amore e identità nella società riflessiva

 

La maggior parte dei modelli di "essere umano" utilizzati nella teoria sociale non sono compatibili con l'"amore sociale" e perciò non possono sostenere la spiegazione della trasformazione della Modernità in una "civilizzazione dell'amore".

 

La mia argomentazione si limita al livello micro e per prima cosa intende esaminare le mancanze di un "modello di umanità" antropocentrico e sociocentrico, quello dell'homo oeconomicus e dell'homo sociologicus. In seconda istanza avanzo una concezione alternativa e sociologicamente realista di identità personale.

 

Sottolineo la ineluttabilità delle relazioni umane con la realtà - naturale, pratica e sociale - data la nostra costituzione umana, il modo in cui il mondo è fatto, e l'inevitabilità della loro interazione. L'identità personale è formata riflessivamente mediante la costellazione di premure verso le quali le persone singole si  impegnano nei tre ordini di realtà.

 

Infine mi chiedo quale differenza fa l'essere impegnati verso una premura fondamentale di natura religiosa, argomentando che la theosis (la progressiva divinizzazione della persona) modifica l'umano essere-nel-mondo. Abilita la fuga dall'individualismo e promuove quei "beni relazionali" che, come poteri e proprietà emergenti, sono capaci di generare forme di relazionalità favorevoli a costruire la Civilizzazione dell'Amore.

 

 Margaret Archer è Professoressa di Sociologia presso l'Università di Warwick (UK).

Tra le sue pubblicazioni tradotte in italiano: La Conversazione interiore. Come nasce l'agire sociale, Gardolo-Trento, Erickson 2006; Essere umani. Il problema dell'agire, Genova-Milano, Marietti, 2007; Riflessività umana e percorsi di vita. Come la soggettività umana influenza la mobilità sociale, Trento, Erickson, 2009.

 

 

 

Pierpaolo Donati

 

Il nome dell’amore nelle differenti sfere sociali e il meta-codice della sua comunicazione

 

L’amore è un concetto polisemico che si specifica in mille nomi. La diversità dei suoi modi di essere diventa chiara e comprensibile solo se si fa riferimento, oltre che all’agire personale degli individui, anche al contesto relazionale e alla specificità della relazione sociale che è in gioco.

La società moderna ha relegato l’amore nella sfera privata delle relazioni intime. Ma la polarizzazione fra privato e pubblico, fra le ‘sfere amorose’ (la coppia e i suoi dintorni) e le ‘altre sfere’ che sono considerate ‘neutrali’ dal punto di vista dei requisiti affettivi e morali dell’amore (cioè mercato e stato), genera vaste patologie.

Nonostante la nostra società cerchi di ‘normalizzare’ queste patologie, l’amore si fa sentire come un nuovo bisogno relazionale in tutte le sfere di vita sociale. Ovviamente, questo bisogno è sentito e si esprime in modi assai distinti.

Il presente contributo di analisi sociologica mette in evidenza come la società iper-modernizzata stia elaborando forme culturali e strutturali (semantiche e codici simbolici) che attualizzano le possibilità di un agire per amore nelle diverse sfere di vita. Molti fenomeni empirici indicano che una emergente società dopo-moderna sta attivando delle dinamiche che possono valorizzare il potere dell’amore in ogni sfera di vita sociale, secondo specifici criteri di differenziazione relazionale e di riflessività relazionale. Questo scenario implica un cambiamento epocale nella semantica dell’amore, che deve passare da ‘amore-passione’ a ‘cura della relazione’.

 

 Pierpaolo Donati è Professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Bologna.

Tra le sue pubblicazioni: Oltre il multiculturalismo. La ragione relazionale per un mondo comune (Laterza, Roma-Bari, 2008); La società dell’umano (Marietti, Genova-Milano, 2009); La matrice teologica della società, (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010).

 

 

Stefano Zamagni

 

Civilizzare l'economia: l'amore e il profitto dopo la crisi economica

 

La base teorica  che fin dall’inizio ha sorretto e legittimato i vari sistemi di welfare nei paesi dell’Occidente avanzato è stato il contrattualismo, nella versione specifica del contratto sociale. Cosa troviamo al fondo dell’idea di contratto, privato o sociale che sia? La nozione di negoziabilità: soggetti indipendenti e razionali si rendono conto che per perseguire nel migliore dei modi i propri interessi, trovano conveniente sottoscrivere un contratto che fissi obblighi e vantaggi per ciascuna delle parti in causa. In altro modo, è la logica del mutuo vantaggio a determinare il vincolo sociale e, in conseguenza di ciò, a dare valenza politica al sistema di welfare. Ma cosa ne è di coloro che, non essendo indipendenti né hanno un qualche tutore, non sono in grado di negoziare e dunque non sono in grado di sottoscrivere il contratto sociale?

La società decente, vale a dire la società che non umilia i suoi membri offendendone la dignità, non può consentire che agli esclusi – primi fra tutti i sofferenti e i poveri – vada il paternalismo di Stato o la pietà istituzionale. Ci vuole un principio più originario e più robusto di quello di negoziabilità se si vogliono superare le aporie del contrattualismo. Quale esso potrebbe essere? E’ il principio di vulnerabilità. E’ dal riconoscimento della vulnerabilità come cifra della condizione umana che discende l’accettazione della dipendenza reciproca e dunque della “simmetria dei bisogni”. Il prendersi cura dell’altro diviene allora espressione del bisogno di dare cura, del bisogno cioè di reciprocare il gesto o l’aiuto ricevuto.

Perché abbiamo bisogno di recuperare la categoria di vulnerabilità? Perché il nostro bene dipende basicamente da due tipologie di beni: i beni di giustizia e quelli di gratuità.   I beni di giustizia – ad esempio quelli assicurati dal welfare state – fissano un preciso dovere in capo a qualche ente (tipicamente, ma non solo, lo stato) affinché i diritti dei cittadini su quei beni vengano soddisfatti. I beni di gratuità invece – quali sono ad esempio i beni relazionali – fissano un’obbligazione che deriva dallo speciale legame che ci unisce l’un l’altro. E’ il riconoscimento di una mutua ligatio tra persone a fondare una ob-ligatio. Si noti che mentre per difendere un diritto si può ricorrere alla legge, si adempie ad un’obbligazione per via di gratuità e quindi in seguito al processo di riconoscimento reciproco. Mai nessuna legge, neppure quella costituzionale, potrà obbligarci alla reciprocità. Come noto, è la sfera del civile il locus classicus dove si producono e si fruiscono i beni di gratuità. Ecco perché abbiamo bisogno, oggi più che mai, di civilizzare l’economia, restituendo a categorie di discorso come dono, gratuità, fraternità, reciprocità quel posto che esse avevano nella riflessione economica fino agli albori della modernità.

 

 Stefano Zamagni è Professore di Economia politica presso l'Università di Bologna.

Tra le sue pubblicazioni: Avarizia. La passione dell'avere, Bologna, Il Mulino, 2009; Dizionario di economia civile (con L. Bruni), Roma, Città Nuova, 2009; Economia ed etica. La crisi e la sfida dell'economia civile, Brescia, La Scuola, 2009.