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Io, cattolico a modo mio

Io cattolico a modo mio

Esce in questi giorni l'ultimo libro del grande storico da poco scomparso

 

Io, cattolico a modo mio

 

Il testamento di Scoppola. La politica ha una sua laicità che non può essere travolta dalla visione totalizzante dei fini. Bisogna obbedire in piedi. Non essere sudditi, ma cittadini della Chiesa

 

di Pietro Scoppola

 

in “la Repubblica” del 4 marzo 2008

 

La politica mi ha appassionato, non strumentalmente come mezzo per un fine diverso dalla politica stessa, ma come politica in sé, come disegno per il futuro, come valutazione razionale del possibile e come sofferenza per l'impossibile, come chiamata ideale dei cittadini a nuovi traguardi, come aspirazione a un'uguaglianza irrealizzabile che è tuttavia il tormento della storia umana. Mi ha interessato la politica per quello che non riesce a essere molto più che per quello che è.

Tutto questo ha avuto ed ha nell'esperienza cristiana le sue radici profonde: il cristianesimo è stato il lievito della storia, ma la politica ha una sua laicità che non può essere travolta dalla visione totalizzante dei fini. Inutile dire che questo modo di sentire la politica non ha rappresentato la premessa di una carriera, ma solo di un'esperienza che considero feconda. Attraverso queste ricerche e queste esperienze è maturata la mia identità di cristiano e di cattolico. Vedo due aspetti di questa identità che possono apparire in conflitto e che mi sembrano invece, a un livello più profondo, complementari: il senso forte della soggettività, dell'interiorità dell'esperienza religiosa e per altro verso il senso della comunità per cui non si crede da soli, ma solo e sempre in una comunità credente e orante.

[***]

Penso che non possa esistere e durare nel tempo una comunità credente senza un minimo di struttura che comporta necessariamente un'autorità; di conseguenza, mi sembra, la partecipazione alla comunità credente, che è il modo più concreto e vitale di credere, non può prescindere da un rapporto con l'autorità della comunità credente. Ma attenzione: tutto è e rimane finalizzato a quel modo di credere, a quella partecipazione alla corrente viva di fede che la comunità interpreta ed esprime. Non è concepibile alcuna forma di sudditanza passiva: la libertà che caratterizza la scelta di fede caratterizzerà in ogni momento anche l'appartenenza alla comunità e il rapporto in essa con l'autorità, rapporto che esige sempre una posizione attiva, non di sudditanza passiva. Non si riceve soltanto dall'autorità l'insegnamento, si partecipa attivamente alla riflessione sulla Bibbia, all'interpretazione della parola, alla lettura dei segni dei tempi.

Da quanto abbiamo detto emerge un'esigenza che è conclusiva, ma che è anche premessa di tutto: la fedeltà al Concilio. E aggiungo: la difesa del Concilio. Io credo che dobbiamo farci carico, tutti, non solo della fedeltà al Concilio ma della sua difesa. Perché nella Chiesa riemergono spontaneamente tendenze, idee, modi di pensare che sono contro, che sono fuori, che sono prima del Concilio.

Si dice, e lo si dice anche a livello di magistero, che il Concilio non cancella, non ha cancellato il Concilio precedente e il magistero precedente. Si dice: c'è il Concilio, c'è la Dignitatis humanae ma c'è anche il Sillabo, e sono sullo stesso piano nel magistero della Chiesa. No, non si può dire così. Certo che c'è il Sillabo nella storia della Chiesa, ma c'è un pensiero, c'è un magistero che ha interpretato, che ha superato il Sillabo e che è arrivato alla Dignitatis humanae. C'è tutto nella storia della Chiesa ma, appunto, c'è una storia, c'è uno sviluppo.

Il Concilio non cancella il passato ma lo interpreta, e non si chiude al futuro. Non è detto che il Concilio sia l'ultima parola perché lo Spirito continua a parlare. Lo leggiamo nel Vangelo di Giovanni nei discorsi dell'addio: «Molte cose ho ancora dirvi ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo spirito di verità egli vi guiderà alla verità tutta intera». Dunque dobbiamo vivere in questa disponibilità a una Chiesa che cresce, che matura: il Concilio vaticano II è stato un momento decisivo di questa maturazione. E bisogna difenderlo con la fedeltà, non con la contestazione.

La contestazione, che abbiamo tutti conosciuto negli anni del post-Concilio, non ha aiutato il consolidamento delle novità portate dal Concilio. Dico adesso, ripensando a quegli anni, che la contestazione non aiuta. Occorre vivere una "obbedienza in piedi" secondo la bella immagine di Fonsegrive ripresa tante volte da don Mazzolari: obbedire in piedi. Obbedire in piedi vuol dire obbedire con una partecipazione diretta; Fonsegrive diceva «obbedire in piedi per servire meglio». Non obbedire passivamente, in ginocchio, con senso di sudditanza. Non sudditi, ma cittadini della Chiesa.

[***]

La laicità è una parola ambigua, ha molti significati e diverse espressioni. Due sono le linee di fondo: quella francese e quella anglosassone. In Francia la laicità tende ad essere un'ideologia di Stato. Nel mondo anglosassone è un principio di incompetenza dello Stato che non esclude il riconoscimento del rilievo sociale del fenomeno religioso. In Italia si delinea oggi una tendenza verso la concezione anglosassone che non esclude legami e momenti di dipendenza dalla concezione francese. Comuni alle diverse concezioni sono le origini: l'ésprit laique di cui ha scritto George Lagarde esprimeva alla fine del Medioevo la volontà dello Stato di rivendicare i suoi diritti dentro un mondo cristiano; George Weill nota che le polemiche tra il clero e lo Stato dell'antico regime erano «beghe di famiglia» e l'italiano Luigi Salvatorelli ha parlato per il Settecento di «laicità religiosa». L'idea di laicità insomma non nasce fuori, o contro, ma dentro il mondo cristiano. Mentre è quasi ignota all'Islam.

La tradizione anglosassone trova una formalizzazione giuridica del principio di laicità nel primo emendamento della Costituzione americana del 1791 (quattro anni dopo l'approvazione della Costituzione): l'emendamento stabilisce l'incompetenza del congresso in materia religiosa. Nel corso dell'Ottocento vi è uno sviluppo semantico della parola, che è sostanzialmente parallelo in Francia e Italia, che non a caso non trova riscontro nella lingua inglese. Laico è, ancora all'inizio del secolo XIX, chi nella Chiesa non è sacerdote né monaco. La parola ha un significato interno alla Chiesa. Poi progressivamente, le parole laicità e laicismo perdono il loro significato originario, ma non senza una perdurante ambiguità. (...)

La laicità dello Stato è discussa ma sostanzialmente acquisita in ambito nazionale ed ora anche in ambito europeo. E' impossibile immaginare un futuro per le nostre società senza un vigoroso apporto di energie morali ad una democrazia che rischia di chiudersi nella pura logica della rappresentanza degli interessi costituiti. E un vigoroso apporto di energie morali è difficilmente pensabile senza il contributo delle grandi esperienze religiose che possano svolgere un ruolo fecondo di lievito della vita sociale e di animazione della democrazia.

Ma la religione per svolgere questo ruolo deve accettare in pieno la dimensione della laicità, che è la condizione per una sua rinnovata presenza nel mondo contemporaneo. A questo fine le religioni tra loro devono collaborare e non combattersi: l'ecumenismo e il dialogo interreligioso sono la condizione essenziale perché le religioni possano svolgere questo ruolo civile.

La laicità non riguarda solo gli Stati, le leggi e il modo di essere delle istituzioni; la laicità è prima di tutto un modo di vivere l'esperienza religiosa a livello personale e interiore: se manca questa condizione interiore anche gli aspetti istituzionali della laicità ne risulteranno indeboliti e alla fine compromessi. Essere laici è un aspetto essenziale di quel modo di credere di cui abbiamo parlato; essere laici significa sentirsi partecipi di una comune umanità prima ancora di aderire a un qualsiasi credo religioso; se si crede per libera scelta e per libera scelta si aderisce ad una corrente di fede, che è prima di noi e anche senza di noi, essere laici significa coscienza di questa alterità; essere laici implica un atteggiamento di fronte alle cose e alle persone che ci circondano viste nella propria identità e non rispetto ad un obiettivo a loro esterno; laico è colui per il quale le cose ci sono nella propria identità.

L'essere laici nel senso che si è detto, come stile e atteggiamento interiore, ha molti e significativi effetti.

Da Sturzo a Moro, la politica ideale

“Da Sturzo a Moro, la politica ideale”

“Da Sturzo a Moro, la politica ideale”

 

intervista a Raniero La Valle a cura di Bruno Quaranta

 

in “La Stampa” del 22 marzo 2008

 

 

A un tiro di schioppo da Porta Pia, a un colpo di baionetta dal Papa Re. Un angolo di Roma che riconduce a quando il Tevere non era né largo né stretto, ma semplicemente, cinicamente, fino all’ultima goccia, in partibus fidelium (i falegnami - un ricordo di Stendhal - che inchiodavano la bara di Leone XII scherzando «continuamente; erano battute alla Machiavelli, argute, profonde e cattive»). Raniero La Valle, intellettuale cattolico di raffinate inquietudini (il Mauriac che scorge nella vita di ciascun uomo un dio in agguato), irregolare sino ad aderire (Anni Settanta) alla Sinistra Indipendente, dopo aver diretto il democristiano Popolo e L’Avvenire d’Italia, nonché curato la rubrica «Uomini e religioni» per La Stampa, continua a bussare, a interrogare, a frequentare il mistero.

Se questo è un Dio, il suo nuovo journal d’anima, non ha forse il respiro così drammatico, eppure così spalancato alla speranza, racchiuso nel «quesivi et non inveni», ho cercato e non ho trovato, e là dove ho trovato un’ulteriore sete ho provato? Quale Dio? Impavidamente nel mondo, auspicando- sono versi di padre Turoldo - che «mandi, il cielo o l’inferno, qualcuno / che a mente fredda e occhi / di vetro ci narri / il futuro, e non ceda / alla certezza di essere deriso».

 

 

Inaugurando «Se questo è un Dio» lei afferma: «Credo, a questo punto della mia vita, di essere quella cosa lì, le persone che ho ascoltato e i libri che ho letto, anche se il discorso è mio». Quale tra le persone?

«Papa Giovanni. Ha segnato un’epoca realizzando un sogno che neanche avevamo formulato. Diventai direttore dell’Avvenire d’Italia con il suo consenso, necessario. Ricordo che il segretario di Moro, Salizzoni, mi disse: “Per lei si è aperto il portone di bronzo”. Roncalli mi farà chiamare, a titolo di incoraggiamento. Mi confidò, tra l’altro, che quotidianamente recitava il Rosario tre volte,dedicando la terza posta ai bambini nati in quel preciso giorno, a tutti i bambini, indistintamente».

 

Quale tra i libri in cima?

«A parte la Bibbia, va da sé, il più frequentato... Indicherei, di Paolo Sacchi, la Storia del Secondo Tempio (dall’esilio babilonese al 70 d.C., alla distruzione del Tempio); di Paolo Prodi Una storia della giustizia (là dove si spiega, forse neppure volendolo, come la Chiesa sia diventata); di Carl Schmitt non pochi titoli, come Le categorie del politico: mi ha messo in guardia dalla politica qual è in Occidente, spiegandomela (il conflitto tra amico e nemico), mentre per me è la ricerca del bene comune».

 

In «Se questo è un Dio» a difettare sono gli scrittori e i poeti, con l’eccezione di Padre Turoldo,i suoi versi in copertina...

«Padre Turoldo dice cose che hanno valore di Rivelazione: l’infelicità di Dio siamo noi, non gli si può chiedere di guarirci, creando l’uomo ha dovuto limitare le propria onnipotenza... Con Turoldo(e Alberigo, Balducci, Claudio Napoleoni...) realizzai la rivista Bozze. L’ho sempre avuto accanto. Penso al convegno di Bozze - si svolse a Ragusa - “Invece dei missili”. Girammo la domanda a Sciascia. Rispose: “Invece dei missili, l’acqua”. Ebbene: organizzammo una veglia di preghiera intorno alla base di Comiso, il testo lo redasse padre Turoldo».

 

A proposito di scrittori. «Se questo è un Dio» riecheggia nitidamente «Se questo è un uomo» di Primo Levi...

«Sicuramente. Se questo è un Dio... Sì, lo abbiamo maltrattato. Ci siamo sbagliati su Dio. Se ci si sbaglia su Dio, non solo l’uomo, ma anche Dio è perduto».

 

Quale il maggiore errore commesso dalla Chiesa su Dio?

«Nell’ultimo millennio, uno madornale: se ne è impadronita, si è messa al suo posto, annichilendo l’immensa differenza qualitativa».

 

Una sorta di oscuramento, di fraintendimento, dell’Incarnazione...

«L’Incarnazione è un gesto ermeneutico. Dio si spiega con Dio. Nel prologo di Giovanni si legge:“Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”,lo ha fatto conoscere, ne ha fatto l’esegesi, come meglio significa il testo greco».

 

Poi verrà il Concilio Vaticano II...

«Oggetto di un grande, duraturo conflitto. Benedetto XVI - un suo merito, meglio saperlo - l’ha portato alla luce: l’autorizzazione della messa tridentina è un ritorno al passato».

 

La rivoluzione del Concilio...

«Non sarà più Extra Ecclesiam nulla salus. Il Concilio non dice che la Chiesa di Cristo è, ma che sussiste nella Chiesa cattolica, in essa non esaurendosi, superando così Pio XII. Il disegno di salvezza abbraccia gli ebrei, i musulmani, quanti altri riconoscono il Creatore, alligna nella coscienza di ciascun uomo - “la coscienza che è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio”. Ciò vuol dire perdere il potere spirituale, dopo l’addio al potere temporale nell’Ottocento».

 

Raniero La Valle è stato, per l’«Avvenire d’Italia», il cronista del Concilio...

«Lo ritrovo, lo medito, lo ascolto nel volume delle Edizioni Dehoniane di Bologna che accoglie costituzioni, decreti, dichiarazioni, discorsi, messaggi».

 

Il Concilio, da papa Giovanni a Paolo VI, non propriamente il suo Papa...

«Già: depose Lercaro, chiuse L’Avvenire d’Italia... Gli contestammo un eccesso di mediazione,rischiando così di spegnere la forza profetica del Concilio. Ma se non avesse dispiegato questa forza mediatrice - va riconosciuto - oggi forse non sapremmo neanche difendere quella luminosa stagione».

 

Dialogando con Guitton, Montini distingue: fra i Concilî d’antan, «opera di teologi,soprattutto preoccupati di impartire lezioni di dottrina» e il Vaticano II, che «aveva un’intenzione pastorale (...). Cioè la ricerca di un dialogo della Chiesa con il mondo, (...) il ministero più che il magistero... ».

«Ma il Vaticano II ha pure un valore teologico, e non lieve. Un esempio? Un anno fa la Commissione teologica internazionale ha revocato una dottrina millenaria, da Agostino a Pio XII,secondo cui i bambini non battezzati non si salvano. La Chiesa si accorge che una cosa è la dottrina,una cosa è la fede. E lo afferma appellandosi al Concilio, alla gerarchia delle verità (non tutte sullo stesso piano) dal Concilio stabilita. E’ più importante la verità biblica - Dio vuole tutti gli uomini salvi - che non la specificazione neotestamentaria (la salvezza passa attraverso il battesimo). Come non ripensare al Rosario di Papa Giovanni?».

 

La gerarchia delle verità... Giusto trent’anni fa, con il caso Moro (da Einaudi riappaiono le«Lettere dalla prigionia»), trionfava la ragion di Stato...

«Fui tra i pochi a sostenere la linea della trattativa (e l’autenticità delle lettere). La Repubblica germinata dalla Costituzione è finita in quei tragici 55 giorni, non essendo riusciti - la Dc e il Pci - a gestire il caso Moro. Lo intesero alla stregua di un fatto di ordinaria eversione, mentre indicava l’impossibilità dell’Occidente di pensare in un modo nuovo. Moro, dopo il centro-sinistra, ancora una volta si era rivelato lungimirante: teso a mettere insieme due visioni politiche, una fondata sull’antropologia cristiana, l’altra sull’antropologia marxista (non a caso dopo il Vaticano II la stessa Chiesa aveva istituito il Segretariato per i non credenti). Non mirava a forgiare l’homo novus, ma a individuare ulteriori strade per costruire la città dell’uomo, di mediazione alta in mediazione alta».

 

La tradizione del cristianesimo politico...

«Non è più visibile. Sopravvive in alcuni individui... Nel nostrano deserto auspico che riprenda -non mi si domandi in quali forme - la tradizione della Sinistra cristiana, da Murri a Sturzo, alla Costituente, a Dossetti, a Moro...».

 

Lei si accomiata affermando: «Anche la politica può cambiare. Perché non c’è solo agonia,letamaio, pessimismo, “teologia Crucis” e Venerdì santo. (...) c’è la gioia pasquale come possibilità storica...». Si vorrebbe obiettare: in quale Italia vive?

«Un credente sa che c’è la notte e che c’è l’alba. Una storia politica che si prega nella preghiera: èqui la speranza».Su Roma pesano le nubi. Oggi. Non sempre. Come non riandare alla visione post-conciliare di Jemolo? «Sul fresco cielo, appena lavato dalla pioggia, ti ergi chiara dinanzi ai miei occhi, cupola di San Pietro. Non c’è linea che più riesca attraverso i sensi a giungermi al cuore di quella che ti circoscrive, e che pare realizzare l’antica aspirazione dell’uomo, il ponte gettato tra lui e il cielo».

 

 

La vita. Raniero La Valle è nato nel 1931. E’ laureato in Giurisprudenza. Ha diretto «Il Popolo» e«L’Avvenire d’Italia». E’ stato parlamentare (Sinistra Indipendente) dal 1972 al 1992, contribuendo,fra l’altro, alla riforma della legge sull’obiezione di coscienza. E’ direttore di «Vasti», scuola di ricerca e critica antropologica.

Le opere. Tra i suoi libri: «Coraggio del Concilio» (Morcelliana), «Dalla parte di Abele» (Mondadori), «Fuori dal campo» (Mondadori); «Prima che l’amore finisca» (Ponte alle Grazie). E’ appena uscito, sempre per i tipi di Ponte alle Grazie, «Se questo è un Dio» (pp. 307,e15)

I cattolici verso le elezioni

I cattolici verso le elezioni

Settimana, Settimanale di attualità pastorale

n.10, 9 marzo 2008

 

I cattolici verso le elezioni

 

Domenico Rosati

 

Uno sguardo alla storia che ha segnato gli avvenimenti del nostro paese mostra il ruolo dei cattolici dentro l’agone politico. Prima la linea dell’unità, con qualche variazione, poi la “svolta” del convegno di Palermo per giungere a Verona che sembra aver privilegiato l’elaborazione culturale e la formazione delle coscienze.

 

 

L’improvviso, ma non imprevisto, precipitare della crisi politica fino allo scioglimento delle Camere ha impresso una brusca accelerazione ai lavori di elaborazione culturale e politica in atto, imponendo adattamenti d’emergenza che, altrimenti, si sarebbero meglio ponderati. La novità è rappresentata dalla spinta “volontaristica” (andiamo da soli, cioè facciamo a meno dell’estrema sinistra) del neonato Partito Democratico, alla quale ha corrisposto, sull’altro versante, la creazione del Popolo delle Libertà. Ciò prefigura il passaggio dal bipolarismo imposto per legge ad un pluralismo polarizzato nel quale l’attrazione delle forze maggiori stimola gli altri soggetti ad attrezzarsi per mantenere un ruolo quando non per sopravvivere. La cosiddetta “transizione italiana” ha preso un indirizzo che sarà influenzato dall’esito elettorale e che lascia prevedere, comunque, una struttura quadripolare a geometria variabile: due fuochi principali e due forze complementari, sulla sinistra (arcobaleno) e sul centro (Udc e “Rosa bianca”).

 

Unità con variazioni

All’interno di tale scenario va collocata anche quella “transizione cattolica” che non è stata finora analizzata compiutamente ma che è sbagliato descrivere come un movimento lineare su uno spartito fissato una volta per tutte. E ciò soprattutto perché la vicenda del popolo di Dio in Italia si presta ad una lettura che, nella continuità del magistero, mette in luce variazioni che corrispondono alla percezione dei segni dei tempi nei diversi stadi dello sviluppo civile e sociale.

 

Chi vuole, può rinvenire, lungo il tragitto che va da Porta Pia al secondo dopoguerra, almeno cinque modalità dell’interazione tra l’indirizzo pastorale, segnato dall’appello unitario (la “tensione unitiva”, come si espresse il card. Ruini), e la prassi politica dei credenti: l’unità nel non voto (il non expedit), l’unità nel sostegno ai liberali moderati (“Patto Gentiloni”), l’unità di fatto attorno alla “sortita” del Partito popolare di Sturzo, l’unità nel rapporto (prima benevolo, poi conflittuale) con il fascismo e, infine, il trentennale convogliamento del voto sulla Democrazia Cristiana, una volta risolto a suo favore il dilemma – cattolici nei partiti o cattolici in un partito? – che fece discutere subito dopo la liberazione.

 

Quest’ultima linea, pur con qualche aggiustamento, durò fino al 1995, quando venne soppiantata dalla direttiva di Giovanni Paolo II al convegno ecclesiale di Palermo che sanciva il superamento della preferenza partitica e imperniava la presenza della chiesa anche come “forza sociale”, sull’affermazione di un catalogo di valori da intendersi anche come qualificanti dell’impegno politico dei cattolici.

 

La linea unitaria era stata, nel tempo, oggetto di varie critiche, soprattutto dopo il Vaticano II. Nei “tempi nuovi della cristianità” – come sostenne Sergio Cotta – l’unità politica dei cattolici non poteva essere più la “tesi”, ma solo una “ipotesi” da praticare a seconda delle circostanze. Nel convegno di Lucca del 1967 furono indicate tre ragioni che ne consigliavano il mantenimento. Due erano di carattere difensivo: il perdurante pericolo comunista (Rumor) e le insidie della società tecnologica (Cotta); e una di carattere propositivo: dare forza alla Dc nel processo di compimento della democrazia (Moro).

 

L’aspetto che va sottolineato nell’esame della lunga stagione unitaria è che, coagulando il consenso cattolico attorno all’esperienza della Dc, la gerarchia concorse in modo determinante, non solo a scongiurare la minaccia comunista, ma anche a far sì che l’idea democratica mettesse radici in un’area che con essa non aveva avuto fino ad allora un rapporto amichevole. Non che tutto fosse pacifico, come si vide in alcune occasioni, come ad esempio il passaggio della Dc dal centrismo degasperiano al centro-sinistra doroteo; e tuttavia si deve constatare che non si ebbero veti o non possumus preventivi al dispiegarsi dell’iniziativa parlamentare anche quando questa, come per il divorzio e per l’aborto, travolgeva le ragioni che tuttavia i parlamentari cattolici esponevano, sia votando contro sia concorrendo (nel caso della legge 194) a “migliorare” i dispositivi di legge.

 

È riduttivo riassumere sotto il titolo di una personale affinità con la cultura maritainiana di alcuni esponenti della Dc la vigilanza che papa Montini esercitò, anche con asprezza, verso i tentativi – come quelli delle Acli degli anni 70 – di dare forma all’esercizio del voto libero, previa la “fine del collateralismo” o verso gli innesti sperimentali di “indipendenti” cattolici nelle liste del Pci. È meglio fondata la sensazione che Paolo VI coltivasse la possibilità di recupero di un’influenza nella società secolarizzata attraverso testimonianze coerenti in tutti gli ambiti d’impegno. Ne fa fede il primo convegno ecclesiale su Evangelizzazione e promozione umana che non fu un conato di riscossa dopo il disastroso referendum sul divorzio, ma un tentativo di stimolare le energie dell’area cattolica attorno ad un progetto non più difensivo, ma capace di promuovere umanità.

 

Qualche eccesso di prudenza (“l’inutile paura del nuovo”, diceva Lazzati), il precipitare del dramma (l’assassinio di Moro) e l’ostinata vischiosità del potere impedirono di verificare compiutamente le potenzialità di quell’incontro e le sue auspicate sinergie con il tentativo di rinnovamento della Dc di Zaccagnini. Dopo il cambio del pontificato si ritenne di far risalire all’assemblea del 1976 le ragioni di un indebolimento della “presenza” (Loreto 1985) che, si presumeva, sarebbe stata riattivata, soprattutto, con un ritrovato impulso identitario. Senza che qualcuno la enunciasse, la formula pratica suonava così: una chiesa, una cultura, una politica, un movimento, un partito (e, in mancanza, una “corrente” apposita al suo interno).

 

La nuova situazione, caratterizzata dall’avvento di governi a guida non democristiana, offriva del resto opportunità non trascurabili, che trovarono espressione nella revisione del Concordato (1984) e nel conseguente regime delle “intese” che, sul versante ecclesiale, conferiva alla Cei un ruolo e una struttura da protagonista. E se è giusto riconoscere che in quella fase non trovò seguito il tentativo del Psi di accreditarsi come “partito laico per cattolici”, altrettanto doveroso è constatare che il rapporto con la Dc non venne più coltivato in modo attivo.

 

 

Il “paradigma” di Palermo

Il resto è cronaca: l’incapacità democristiana di offrire una speranza al popolo comunista in sbandamento dopo il crollo dell’Unione Sovietica; la catastrofe elettorale e il dissesto morale del 1992, il tentativo di risolvere la crisi con la riforma della legge elettorale, fino alla consultazione del 1994 che segna l’ultimo episodio del rapporto con la Dc. In un confronto modulato sulla parola d’ordine “o di qua o di là”, la Dc di Martinazzoli fu confortata da un appello per “non disperdere” la grande tradizione dei cattolici democratici. Che non le evitò di essere schiacciata dall’attrazione della “neopolitica” di Berlusconi: liberismo, duro anticomunismo di ritorno e imponente dispiegamento mediatico.

 

Si colloca in questo contesto la “svolta di Palermo”. La compie Giovanni Paolo II con un discorso che taglia netto con il passato: non più identificazione della chiesa con un partito o con uno schieramento, ma qualificazione autonoma sui contenuti. Rispetto della persona e della vita umana, famiglia, libertà scolastica, solidarietà, promozione della giustizia e della pace: è questo il paradigma dell’identità cattolica sulla quale è richiesta ai partiti una “sufficiente attenzione” e, se manca la quale, l’adesione del cristiano è a rischio. A supporto di tale scelta venne varato il “progetto culturale” declinato poi come strategia di unificazione piuttosto che come promozione di una ricerca aperta.

 

Alle indicazioni di Palermo la Cei si è costantemente richiamata in tutte le evenienze politiche dei quattro lustri trascorsi. Retrospettivamente va notato che quella piattaforma sembrò, prima facie, un accoglimento delle istanze di quanti da decenni ritenevano che occorresse prendere atto dell’ormai diffuso comportamento plurale dei cattolici in politica, puntando su un lavoro di animazione e di discernimento a tutto campo. Vi si poteva leggere un riscontro della “criteriologia del pluralismo” (coerenza con la fede, rapporto con la comunità, ricerca del bene comune, apertura biblica al nuovo) che già nel 1976 il vescovo Franceschi aveva enunciato, con un naturale rinvio al ruolo delle comunità cristiane come luoghi del discernimento pratico secondo il concetto del n. 4 della Octogesima adveniens di Paolo VI. Il tutto nel presupposto che, una volta liberato dalle formule, il Vangelo mette la coscienza di ciascuno e delle comunità di fronte a responsabilità ben più precise di quelle connesse ad una qualsiasi adesione politica.

 

Che sul fondamento di tale lettura potessero sussistere dubbi, lo rivelò peraltro il card. Martini quando, senza eccepire sul catalogo dei valori, accennò all’esigenza di avere una visione politica «come momento sintetico delle virtù sociali e civili», e aggiunse: «… ciò che consideriamo come bene anche morale non sempre può essere tradotto immediatamente in legge, perché si devono fare i conti con il consenso di molti». Non solo, ma «specie in un’epoca di cadute di evidenze etiche… può accadere che neppure il valore che a qualcuno pare preminente possa essere politicamente proposto per primo e diventare senz’altro norma cogente, qualora la sua imposizione fosse tale da provocare una deflagrazione della convivenza». Sicché «quanto più un valore è eticamente rilevante, tanto più è impegnativo e perciò più è bisognoso di maturazione a livello di costume» (Discorso di S. Ambrogio, 1995). Parole singolarmente consonanti con quelle che Aldo Moro pronunciò all’indomani del referendum sul divorzio: risulta essere impossibile regolare per la sola via legislativa le ricadute di costume dell’evoluzione sociale, da affrontare invece prioritariamente, e pedagogicamente, nelle sedi del dibattito pubblico.

 

 

Il problema dell’“ultimo miglio”

Sull’applicazione di Palermo si sono esercitati molti esegeti, insistendo, soprattutto, sulla capacità dimostrata dalla Cei di farsi essa stessa soggetto politico soprattutto con le note iniziative di interdizione sulle questioni eticamente sensibili e, in particolare, con l’invito a disertare il referendum sulla procreazione assistita (incautamente promosso dalle sinistre) e con lo sbarramento (il non possumus prima che il family day) al tentativo di dare alle unioni di fatto una regolamentazione diversa dal matrimonio, prodotto dal governo Prodi su richiesta parlamentare attivata dai senatori “teodem”, alle dichiarazioni di una non necessità di normare il testamento biologico, pur in presenza di una proposta di matrice cattolica.

 

L’esperienza della “chiesa extraparlamentare” si presta a diversi approcci di analisi. In generale, viene segnalato il rischio del progressivo concentrarsi dell’attenzione e dell’impegno – una sorta di unilateralismo ecclesiale? – sui temi ritenuti antropologicamente rilevanti con una caduta dell’istanza di sintesi che pure aveva segnato in passato l’azione pastorale. Al punto da lodare la nascita di una iniziativa monotematica pro life e, nel contempo, scoraggiarne lo sbocco elettorale per il timore di danneggiare agenzie politiche contermini. E con un effetto collaterale di certo indesiderato, ma effettivo: la pratica sottrazione dei temi indicati alla disponibilità della pedagogia pastorale ordinaria (episcopale e parrocchiale) in presenza di una avocazione al livello centrale che nessuno decreta, che alcuni subiscono e che altri apprezzano come dispensa da carichi non gradevoli.

 

Al convegno ecclesiale di Verona (2006) si colse un cenno di valutazione problematica su tali vicende nei discorsi del card. Ruini e dello stesso Benedetto XVI: ciò parve preludere ad una riduzione della pratica dell’azione diretta, nel senso di non concentrare più l’attenzione “direttamente all’azione politica” dedicandola piuttosto, «all’elaborazione culturale e alla formazione delle coscienze», come la sede «propria e più conveniente» (Ruini). Altrettanto poteva leggersi nelle parole del papa quando – ribadito che la chiesa «non è e non intende essere un agente politico» – specificava che «il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della chiesa come tale ma dei fedeli laici che operano come cittadini sotto la propria responsabilità». Responsabilità che si riduce e si scarica, invece, sulla gerarchia quando, anche in testi ufficiali, ci sia addentra in modo sempre più dettagliato nelle maglie della tecnicalità politico-parlamentare, restringendo alla sola fase del processo legislativo avviato la facoltà consentita ai credenti di adoperarsi per ridurre il danno di leggi controverse.

 

D’altra parte si restringe il respiro del richiamo evangelico quando – in contrasto con Palermo – si dà voce a quella tendenza mai completamente assorbita che si manifesta nel desiderio di un nuovo strumento politico da privilegiare. È accaduto nelle convulsioni delle ultime settimane quando, sia pure indirettamente, si è declinato l’interesse comune dei cattolici e del centrodestra in ordine all’inclusione integrale nelle liste del medesimo di una formazione politica di dichiarata ispirazione cristiana. Che il fatto non si sia realizzato nulla toglie al significato dell’auspicio; e c’è persino da rallegrarsi che le circostanze abbiano evitato il disagio che avrebbe provocato la compresenza di due liste “cattoliche” opposte. Sono però in circolo distinzioni – come quella tra partiti “identitari” e partiti “pluralistici” – che potrebbero provocare effetti di incomprensione e di disagio nelle comunità cristiane ormai abituate a valutare i programmi, le persone e i comportamenti piuttosto che gli involucri delle confezioni.

 

Dalla rivisitazione del passato e dall’intelligenza degli avvenimenti c’è tuttavia quanto basta per aspettarsi un’indicazione aperta e fiduciosa che raggiunga il cuore di tutti i credenti dovunque dislocati, non perché scavino nuove trincee ma perché assumano, come è proprio dei laici, almeno la responsabilità dell’“ultimo miglio” nel percorso di libertà e di liberazione che porta al bene comune.

 

Sarebbe in ogni caso fuorviante addossare ai soli vescovi l’intero onere dell’aggiornamento della linea pastorale da consolidare nel presupposto del riconoscimento del pluralismo che ormai si estende su tutto l’arco politico. Nessuno può infatti sollevare i cittadini cristiani, singoli e associati, dal compito di fare la parte decisiva che loro spetta nell’ordinare le cose del mondo.

 

Domenico Rosati

Ricordo di Gorrieri

Lettere al Direttore

14 marzo 2008

Conquiste del Lavoro

 

Lettere al Direttore

 

Ricordo di Gorrieri,

portatore di mediazione

uomo del dialogo

 

 

 

Ho letto e molto apprezzato l'articolo apparso su questo giornale in ricordo e commemorazione di Ermanno Gorrieri. Tra la fine degli anni’40 e l’inizio degli anni ’50, ho avuto il privilegio di averlo frequentato ed in qualche modo di essere cresciuto alla sua impareggiabile scuola. Credo perciò di averlo conosciuto abbastanza bene per osservare che - forse - il già pregevole"pezzo" avrebbe potuto essere completato ed arricchito con qualche osservazione e notizia in più su questo davvero straordinario personaggio,certamente tra i più prestigiosi fondatori della Cisl.

 

Un primo elemento da sottolineare maggiormente è dato dalla esplicitazione della situazione geopolitica di quel periodo a Modena, peraltro non tanto cambiata negli ormai settanta anni successivi: Gorrieri ha prima comandato le brigate "Italia" sull'Appennino modenese durante la resistenza; successivamente, ha capeggiato l'uscita della Corrente Cristiana dalla Cgil nel luglio del 1948 e poi guidato - insieme a Luigi Paganelli, sua fedelissima spalla e poi successore- la Cisl di Modena, in una zona dove il Pci ed i sui fedelissimi fiancheggiatori godevano in quel periodo del consenso di circa il 70% della popolazione: un contesto quindi difficilissimo, che Ermanno ha sempre affrontato forte di tre sue doti eccezionali, oltre a quelle già ricordate nel suddetto articolo: il grande coraggio, la incredibile calma, qualunque cosa accadesse; la straordinaria capacità di comunicare e di convincere.

 

Sull’Appennino, tra le province di Modena e di Reggio, tra la fine del 1943 e gli inizi del 1945, erano presenti in forze anche le Brigate Garibaldi a guida comunista-massimalista: i due raggruppamenti - Brigate Italia e Brigate Garibaldi - avevano sì in comune l’obiettivo di rendere difficile la vita delle truppe tedesche e fasciste nelle immediate retrovie della "Linea Gotica" e di accelerare con tutti i mezzi la liberazione dell'Italia del Nord; ma... su tutto il resto, compreso l'approvvigionamento in armi e viveri, prevalentemente affidato ai lanci dell'Aviazione americana, il futuro assetto del Paese, una volta completamente liberato, il ruolo delle Forze politiche e sociali, ecc. il dissenso ed il contrasto era sin da allora completo e radicale. Per avere una idea della situazione, basta leggere il ponderoso volume, scritto da Gorrieri non molto dopo la Liberazione, intitolato "La Repubblica di Montefiorino"; peccato che invece - e per me del tutto inspiegabilmente - la... musica cambi di molto, soprattutto leggendo anche tra le righe,nel volumetto "Ritorno a Montefiorino",scritto dallo stesso Gorrieri ma a due mani con la nuora, uscito poco dopo la Sua scomparsa.

 

Della sua grande calma e pacatezza, si aveva immediata la sensazione fin dalle prime battute di un colloquio: in proposito ricordo di un episodio riferitomi dal suo "guardaspalle" durante la Guerra di liberazione - un certo Luigiooun - e confermatomi da altri partigiani: in occasione di un durissimo rastrellamento effettuato dalle forze tedesco-fasciste, forse proprio durante la ritirata da Montefiorino, Claudio (nome di battaglia di Gorrieri) ed il suddetto Luigiooun si stavano riparando sotto una grossa quercia mentre tutto intorno esplodevano fitti colpi di mortaio mescolati al crepitio delle mitragliatrici: ad un certo punto, Claudio si rivolge a Luigiooun dicendo in dialetto: "O ... a pèer chi tìren!" ...ossia: "O . . . sembra che sparino!" ; tutto lì!!

 

Al riguardo in fine, della sua pacatezza, capacità di comunicare e di convincere, basti ricordare che da un lato i suoi discorsi, persino i comizi, erano tenuti sul tono di una conversazione o quasi, un po’ come quelli del prof. La Pira; mentre il gran numero di dirigenti della Cisl ai più vari livelli, usciti da Modena e sparsi poi per tutta Italia, specie nei primi anni - dai due fratelli Baldini a Mazzi, da Gavioli a Neri, da Corradi a Bianchini, da Lugli ad Arletti, da Baraldi a Bernini ed ancora altri dei quali non ricordo i nomi - testimoniano la sua grande capacità di convincere e... di allevare!

 

Tanto mi sono sentito di dirVi e così... l'ho messo nero su bianco!

 

Gian Battista Cavazzuti

 

Nessuno voleva salvare Moro

SABATO, 10 MAGGIO 2008

SABATO, 10 MAGGIO 2008

GAZZETTA DI MODENA

 

Pagina 18 - Cronaca

 

Il ricordo di Corrado Guerzoni, giornalista modenese portavoce dello statista ucciso dalle Br

 

«Nessuno voleva salvare Moro»

 

Omissioni, carenze, reticenze: non fu così per Dozier

 

 

 

 

GIOVANNI GUALMINI

 

 

 Sono passati trent’anni dall’uccisione di Aldo Moro e per Corrado Guerzoni, giornalista modenese portavoce dello statista democristiano, la verità storica non è ancora stata scritta. Troppe omissioni, poche ammissioni. “Quella tragica vicenda - confessa - ha condizionato tutta la mia vita, anche professionale”.

 

 Forse per questo, rimettendo ordine ai ricordi, riflettendo e rileggendo le carte, ha deciso che era il momento di raccontare tutto daccapo. Soprattutto chi era Aldo Moro, cosa pensava, qual era la sua strategia politica, perchè il “sistema” lo ha condannato e le Br lo hanno ucciso. Nel suo libro - appena uscito per l’editrice Sellerio - ci sono elencati i misteri di una tragedia che ha segnato la vita politica e sociale d’Italia. Ci sono i terroristi, che lo rapirono massacrando la scorta il 16 marzo 1976, c’è la Democrazia Cristiana che “non fece nulla di serio” per salvarlo, arroccandosi sulla linea della fermezza col Pci. E poi gli americani, la P2 nel comitato di crisi, la Chiesa che in parte ritenne la morte dell’ostaggio il male minore.

 

 E’ lungo l’elenco di chi tradì la fiducia o l’amicizia, di chi accettò la morte del leader per calcolo, perchè con lui sarebbe morta la “strategia dell’attenzione” verso i comunisti. In ogni caso, per Guerzoni, un punto fermo c’è: “Fin dal primo giorno si sapeva che Moro doveva morire”.

 

 Chi non ha detto tutto sul sequestro Moro?

 «Per cominciare i terroristi. Hanno raccontato solo una parte, quella che a loro conveniva o che meno dispiaceva. Oggi girano l’Italia come conferenzieri? Penso che non abbiano acquisito alcun titolo per essere considerati testimoni. E non ci si può erigere a maestri dopo quello che è successo, dopo il dolore che hanno inflitto, se non si è fatto un percorso umile, umile e non saccente come fanno sempre, per contribuire al chiarimento».

 

 Ma anche sull’altro fronte, quello delle istituzioni, il contributo al chiarimento è stato carente.

 «Parti delle istituzioni, dello Stato non hanno raccontato tutto, se ne sono ben guardati. Le verità che si possono acquisire nei tribunali sono verità giudiziarie. Ma c’è una verità storica, politica ed umana più complessa».

 

 Alla verità storica cosa manca?

 «Manca è la conoscenza esatta del comportamento delle istituzioni dello Stato durante quei 55 giorni. Ci sono state omissioni. Tutti sono concordi nel dire che il comportamento delle forze dell’ordine, dei servizi segreti, del ministero degli Interni, fu non adeguato, omissivo, reticente. Tutto questo è avvenuto per inettitudine, per inefficienza, per dolo? Non lo sappiamo. Sappiamo però che le stesse carenze non ci sono state per il sequestro del generale americano Dozier, rapito dalle Br e liberato. Certo, Agli americani interessava più Dozier che Moro...».

 

 Cosa avrebbe dovuto fare lo Stato?

 «Io dico che lo Stato non ha fatto assolutamente nulla. Lo Stato non esiste nella vicenda Moro. Esiste solo il sistema politico. Così come le Br hanno rapirono Moro, così il sistema politico italiano rapì lo Stato. Durante i 55 giorni il parlamento, salvo una mozione tre settimane dopo il sequestro, non ha fatto nulla. Il governo non ha fatto nulla di rilevante. Il ministero dell’Interno non ha fatto nulla di decisivo. La Dc non ha fatto nulla, se non incontri per così dire “impropri”. Tutto ciò in cui si esprime la vita istituzionale fu messo in mora».

 Perché Moro e la sua apertura a sinistra davano fastidio?

 «Moro era un personaggio scomodo e inviso per due ragioni diverse. Anzitutto l’on. Moro si era trovato ad essere per la sua coerenza, per il fatto di non aver giocato i soliti valzer, indesiderato all’interno della stessa Dc. Parlo dell’allargamento della base democratica dello Stato al Pci, obiettivo perseguito con estrema prudenza, ma malvisto da buona parte del suo partito. Su di lui convogliarono odii forti, risentimenti forti. Era inviso anche per la sua stessa natura, come si presentava: era diventato nell’immaginario espressione del “regime” corrotto e corruttore. Anche il mondo cattolico postconciliare vedeva in lui il tradimento degli ideali, dei sogni».

 

 Proprio il giorno del rapimento, il governo avrebbe avuto l’appoggio del Pci.

 «Il suo obiettivo era far sì che i due vincitori del 1976 alle elezioni, anziché contrapporsi con violenza, col rischio di una vera guerra civile, collaborassero. Questo lo voleva solo Moro, non altri».

 

 Facciamo qualche nome.

 «Non c’è dubbio che Cossiga non abbia detto tutto. Per esempio: come mai le dodici persone che il ministero dell’Interno aveva riunito in una sorta di comitato di crisi, erano quasi tutte della loggia P2? Erano piduisti, ma anche servitori fedeli dello Stato? Cosa hanno fatto? Cossiga ogni tanto rivela qualcosa, ma non tutta la verità».

 

 Prodi e la sua seduta spiritica?

 «Una storia montata, perchè conveniva specularci. E’ evidente che si è trattato di un espediente per dare una informazione su via Gradoli senza rivelare la fonte. La seduta spiritica fu una non particolarmente felice idea per nascondere la realtà».

 

 Si dice sempre: se Moro fosse stato liberato...

 «Non considero ipotizzabile la liberazione di Moro. Moro è stato rapito e fin dal primo giorno si sapeva che doveva morire. Non ci sono dubbi. Chiunque pensa che si sia davvero cercata una trattativa per liberare Moro, sbaglia. Se Moro fosse stato liberato, sarebbe stato - come disse qualcuno - un uomo morto comunque. Ma ripeto, con Moro non ci sono se».

 

 Moro è morto. E il suo progetto politico?

 «Aveva visto lontano, nell’indicare nella destra - non nella sinistra - il vero pericolo per la Dc e la democrazia italiana. Il 1992 è stato il punto di arrivo di un complesso tragitto. Oggi il Pci non esiste più, ma la Dc esiste ancora. Una Dc diversa, quella che si è liberata di Moro, che si è liberata dall’obbligo - cui Moro l’aveva costretta - di essere antifascista. Per lui la destra era come un cancro che avrebbe rovinato la Dc. D’altra parte, siamo un Paese antropologicamente di destra, clerico fascista. Cosa sono l’Udc, Forza Italia? Non sono democristiani Lega e An, tutto il resto è la Dc senza Moro».

 

 Perché aspettare 30 anni per ripercorrere quella stagione?

 «Da quando è morto Moro, la mia vita è stata condizionata da quel fatto. Ho fatto attività professionale, ma sempre con quello dentro... Ho scritto per difendere Moro, ho parlato davanti alle commissioni parlamentari di indagine, ma mi rendo conto che la gente è interessata più al “caso Moro” che a Moro, che risulta così poco contemporaneo alla realtà mutata che viviamo. Poi RadioDue mi ha chiesto se ero disposto a un programma sulla vita di Moro e mi sono messo a scrivere. Soprattutto per raccontare come lui temesse la destra, le tentazioni di destra, e avesse aperto sì a sinistra, ma con mille cautele».

 

 Come ricorda i 55 giorni di prigionia di Aldo Moro?

 «Avanti e indietro per la città, tutti i giorni a casa Moro... poi il malore di mio padre perchè il magistrato mi aveva convocato. Mi sono precipitato a Modena, e poi subito di nuovo a Roma. Sono stati 55 giorni di corsa sfrenata. Si viveva in una situazione irreale. Facevi una telefonata: ‘Ci hanno detto degli informatori più o meno attendibili che l’on Moro potrebbe trovarsi nel tal posto’. ‘Ce ne occuperemo’ rispondevano. Ma mai una volta che sia arrivata una chiamata di ritorno per dire ‘Abbiamo verificato, ci risulta che...’. La famiglia Moro fu lasciata in assoluta solitudine, incompresa. Andreotti non si presentò mai, ma era pronto a ripetere che le lettere che arrivavano dall’on. Moro non erano a lui ascrivibili. Questo tre settimane dopo il sequestro. Neanche il tempo di capire...».

 

 Erano giorni difficili per chi doveva prendere decisioni.

 «E infatti non le presero. Il sistema politico così si è rivolto alle Br: voi avete preso Moro? Credete che sia così importante? Moro non è niente, ne facciamo senza, lo disconosciamo. L’hanno disconosciuto anche gli amici più cari, a lui vicinissimi. Dal cardinal Pellegrino, a Vittorio Veronese, lo storico Scoppola, Gorrieri. Tutti questi nel loro moralismo cattolico hanno detto: quello delle lettere non è il vero Moro, Moro è quello dei suoi scritti. Hanno preteso di stabilire loro, che stavano nel comodo delle loro case, qual era il vero Moro! Le Br, che avevano intenzione di tenere Moro fino a settembre, convinte che questo avrebbe disgregato lo Stato, si sono trovati in mano un uomo inutile per i loro scopi».

 

 Ma in questo panorama di cinismo, c’è qualcuno che si salva?

 «Porto rispetto a Fanfani, che si è dato da fare, che è stato vicino alla famiglia. E poi Zaccagnini, nei cui confronti Moro usò un’espressione forse ingenerosa: ‘dolente senza dolore’. Era politicamente inadeguato, ma dal punto di vista umano non si può essere così severi».

 

 Cosa le suscita rabbia?

 «Ho severo risentimento per coloro che 30 anni fa, partecipi del sinedrio, non ebbero timore che quell’uomo dovesse morire. Come il cardinal Caprio, che ad alcuni vescovi intenzionati a proporsi come ostaggi al posto di Moro, disse: vi diffido, troppa confusione, è bene che muoia uno. Tanti hanno rivisto le proprie posizioni, non tutti».

 

 

 

 

 

IL LIBRO

 Corrado Guerzoni ha iniziato la sua attività giornalistica alla Gazzetta di Modena nel 1950. Dopo il trasferimento a Roma e vari incarichi nella Dc, ha seguito Aldo Moro per 19 anni, dal 1959 fino ai giorni del sequestro, come capo ufficio stampa, portavoce e assistente alla comunicazione.

 Entrato in Rai, è stato direttore del Radiocorriere TV, di Radio2 e conduttore della storica trasmissione “Radiodue 3131”. Attualmente vive a Roma. E’ sposato, ha due figli.

 

 Il suo volume “Aldo Moro”, edito da Sellerio, è uscito in libreria giovedì scorso. E’ stato presentato ieri al salone del libro di Torino e sarà riproposto lunedì sera a Modena al palazzo Europa, alle ore 21.

L’incontro è organizzato dal Centro culturale «F. L. Ferrari»; parteciperà anche Guido Formigoni, dell’Università Iulm di Milano.

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Biblioteca

La Biblioteca del Centro Ferrari si sviluppa intorno al patrimonio librario costituito nel corso degli anni a supporto delle attività del Centro e degli interessi specifici dei suoi membri. Oltre a questo nucleo originario la Biblioteca conserva, organizza e rende disponibili all'esterno i volumi provenienti da alcune consistenti donazioni di enti e di privati, come il Centro di formazione politica 'Alessandro Coppi', il lascito di Ermanno Gorrieri e il piccolo fondo, risalente agli inizi del Novecento, costituito dalla biblioteca dell'Associazione studenti medi San Giovanni Bosco, detta il Paradisino.

 

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Archivio Storico

 

L´Archivio storico «Francesco Luigi Ferrari», dichiarato di notevole interesse storico dalla Soprintendenzaarchivistica per l’Emilia-Romagna del Ministero dei Beni e delle Attività culturali, raccoglie carte e documenti soprattutto sulla storia locale contemporanea e sul movimento cattolico modenese.

 

 

 

 

 


Vittorino Carra Solidarietà ONLUS

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