2007/27 - (Quasi) un'autobiografia. L'ultima intervista di Ermanno Gorrieri

 

Contenuti

 

Introduzione

 

I. La formazione di un resistente cattolico

 

II. Nella Resistenza

 

III. Le paure e le speranze del dopoguerra

 

IV. Tra il Secchia e il Panaro

 

V. A Roma

 

VI. Lungo la via Emilia

 

VII. L’ultima stagione di impegno

 

Introduzione

 

di Paolo Trionfini

 

 

A più riprese, in contesti diversi, con intenti differenti Ermanno Gorrieri si è lasciato interrogare non solo sui passaggi biografici che hanno scandito la parabola storica che lo ha visto protagonista, ma anche sul senso acquisito da questa traiettoria, che lo ha reso una figura così originale nella “galleria dei ritratti” del mondo cattolico del Novecento. Le forme assunte dalla rappresentazione pubblica di questo suo percorso hanno, anzi, apparentemente restituito un’immagine che è sembrata stridere con i tratti schivi di un’indole che tendeva a relativizzare l’apporto offerto nella costruzione della democrazia sostanziale in una nazione uscita dalla guerra. A questo livello, si è potuto, infatti, verificare tangibilmente l’insoluta aporia di una personalità che è stata sempre al centro dei processi più corposi che hanno attraversato l’Italia repubblicana, rimanendo costantemente lontano dal cuore del “palazzo”.

 

Si tratta di una tensione magnetica che rappresenta, per così dire, un tratto identitario della vicenda esistenziale di Gorrieri, il quale non è appartenuto alla schiera dei “cavalli di razza” della Democrazia Cristiana, ma è stato ugualmente associato ai “padri nobili” del partito di ispirazione cristiana, non ha ricoperto cariche dirigenziali di primo piano nella CISL, ma parimenti è stato annoverato tra i fondatori del “sindacato nuovo” in Italia, non si è imposto nella “comunità degli studiosi” per il peso del curriculum accademico, ma non di meno si è inserito prepotentemente nel dibattito pubblico per le ricerche sociali condotte con metodi “artigianali”, non è stato tra i “traghettatori” – se proprio si vuole assumere questa categoria sdrucciolevole – della “Seconda Repubblica”, ma allo stesso modo ha percepito lucidamente la crisi di sistema che ha accompagnato la stagione declinante dell’assetto politico e sociale forgiato nel dopoguerra, battendosi per una sua rigenerazione fondata su equilibri più avanzati.

 

Attorno a queste polarità prende forma l’intervista che viene proposta in questa pubblicazione, che, prima ancora di costituire un “atto dovuto” nei confronti di una personalità che ha segnato anche la storia del Centro culturale «F.L. Ferrari», rappresenta un’occasione non estemporanea per “fare memoria” di Ermanno Gorrieri, rivisitandone, attraverso la narrazione diretta, l’intera parabola biografica. Il racconto ha all’origine un denso colloquio, dilatatosi in due sessioni, che egli ha concesso nella sua abitazione il 19 novembre e il 10 dicembre 2004, per avviare la ricostruzione storica del gruppo della sinistra cattolica modenese, di cui è stato – più che leader nel senso invalso del termine – punto di riferimento insostituibile. Nella preoccupazione di non poter mettere nitidamente a fuoco particolari offuscati dal tempo, Gorrieri aveva chiesto che, nel corso della registrazione, fosse presente anche Dario Mengozzi, uno dei “discepoli” che gli sono stati più vicini. In realtà, la sollecitazione nasceva dalla convinzione che una storia esclusivamente in prima persona non restituisse integralmente lo spessore di un’esperienza che aveva conosciuto un respiro collettivo incomprimibile. Di qui – ce ne sono segni continui nell’intervista – l’utilizzo del plurale a rimarcare non solo il senso di un’appartenenza che si è di volta in volta precisata nei diversi ambiti di impegno, ma anche e soprattutto la piena identificazione in un itinerario comune.

 

L’intervista avrebbe dovuto continuare attraverso altri momenti di confronto già fissati, che, tuttavia, non si sono potuti tenere per il precipitare della malattia che ha portato Gorrieri alla morte. Per rendere idealmente completa questa testimonianza rimasta incompiuta, si sono operati due innesti: il primo, che copre gli anni della formazione, riprende una precedente intervista, rilasciata sempre al curatore di questa pubblicazione, il 21 febbraio 1995, poi raccolta nel volume Cattolici, Chiesa, Resistenza. I testimoni, a cura di W.E. Crivellin, il Mulino, Bologna 2000, pp. 323-332; il secondo, che abbraccia l’ultima stagione di impegno pubblico, è il frutto di un forum della redazione de «Il bianco e il rosso», che lo ha poi reso disponibile, sotto la curatela di V. Sammarco, nel numero della rivista uscito nel dicembre 1997.

 

I due inserimenti sono stati condensati nel primo e nell’ultimo capitolo, intervenendo solamente sulle domande originarie, per rendere più coerente e fluido il quadro di insieme, costruito lasciando inalterate le risposte di Gorrieri, salvo gli inevitabili aggiustamenti nella trasposizione del parlato. Al di là dell’opinabilità del metodo individuato, rimane ferma la convinzione che in operazioni di questo genere l’unico criterio fuori discussione sia la più rigorosa fedeltà al racconto del testimone: nel caso di Ermanno Gorrieri, che sulla coerenza della proiezione “pubblica” del vissuto “privato” ha inteso porre la bandiera di un’esistenza, si tratta anche di unagaranzia

I Quaderni del Ferrari n. 27

 

(Quasi) un'autobiografia.

L'ultima intervista di Ermanno Gorrieri

 

a cura di Paolo Trionfini

 

 

Invito alla lettura

 

di Gianpietro Cavazza

 

 

Il Centro culturale Francesco Luigi Ferrari ha promosso la realizzazione dell’intervista ad Ermanno Gorrieri riportata nel presente ‘Quaderno’ per offrire un’occasione di riflessione sui fatti salienti della storia nazionale e locale raccontata con le parole di chi l’ha vissuta.

 

Si può decidere di leggere l’intervista con l’intento, legittimo, di scoprire che cosa ha fatto Ermanno Gorrieri per coglierne il cosiddetto valore storico. Accanto a questa modalità di lettura ne è possibile anche una seconda, non necessariamente alternativa alla precedente, che è quella di rilevare le intenzioni di Ermanno Gorrieri quale premessa alle proprie azioni e scelte.

 

Ciò potrebbe consentire di scoprire l’esistenza di un metodo, o se qualcuno preferisce di una spiritualità, utile per quanti anche oggi intendono portare un proprio originale contributo alla costruzione della società nonché al suo cambiamento.

 

L’accento sulle intenzioni, oltre che rilevanti sul piano culturale, non sono estranee al raggiungimento o meno degli obiettivi individuati pur non garantendo un risultato favorevole, come rileva lo stesso Gorrieri al termine dell’intervista, ma ugualmente in grado di dare un senso pieno alla propria vita: «Credo di aver fatto il mio servizio. Dal punto di vistadei risultati, ne è valsa la pena se sono abbastanza saggio per capire che si lavora per ottenere cento e si ottiene uno. E si dice: “È meglio che niente”. Non si ottiene mai dieci degli obiettivi che ci si propone».

 

Oltre a questa, di seguito sono accennate alcune parti, non necessariamente le più importanti, di questo metodo.

 

Un punto riguarda il modo di rapportarsi alla realtà per quello che è e non per quello che dovrebbe essere come quando confrontandosi con Dossetti sulla partecipazione alla Resistenza senza le armi Gorrieri osserva che «Noi eravamo già imbarcati in questa prima attività clandestina. Suppongo di essere rimasto anche un po’ sorpreso da questa tesi. Non è neanche facile partecipare alla Resistenza senza le armi».

 

Oppure quando riflettendo sulla propria esperienza di parlamentare è convinto che «volendo avere un ruolo in campo nazionale, bisogna buttarcisi completamente, compreso l’andare ad abitare a Roma. Io questo, per la mia famiglia, non me lo sentivo.... Mi ero convinto che in Parlamento ci sono cinquanta che contano, tutti gli altri alzano la mano». O anche quando nella breve esperienza di ministro del lavoro racconta che «Si trovavano a fare un governo in cui nessuno voleva entrare, un governo elettorale; era l’87, il primo governo tecnico, in cui Fanfani ha raccolto le disponibilità che trovava. Da ministro ho tentato di realizzare l’assegno sociale».

Una possibile ulteriore componente di questo metodo riguarda la necessità di conoscere, di apprendere come dimostrano lo studio politico La giungla retributiva o la partecipazione a diverse Commissioni governative. Ciò è possibile rilevarlo anche quando parla dei primi passi nella Resistenza: «C’era però questa sete di imparare qualcosa, che ci siamo poi tirati dietro lungo la Resistenza». Ma anche quando parlando del Circolo «Vanoni» rileva che «A noi sembrò necessario avere un gruppo di lavoro, sia per aprire un dibattito culturale, sia per la formazione».

 

Correlato a questo secondo aspetto risulta l’intenzione, maturata durante la Resistenza, di impegnarsi in campo politico: «Vedevamo nella Democrazia Cristiana il partito che poteva tradurre in politica i principi cristiani».

 

Chi legge l’intervista potrà individuare altri punti rilevanti oltre a quelli sopra accennati rispetto ai quali si rimanda in un momento successivo una trattazione più completa ed approfondita.

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