Ferrari informa n° 2009/2

FerrarInforma 2009

 

 

Plurale, moderno e alternativo:

il Pd torna in pista?

 

 

Quali spazi ci sono, oggi, per il Partito democratico, nel panorama politico italiano? Saprà tornare in pista e giocare un ruolo da protagonista sulla scena politica italiana?

Secondo Gianfranco Brunelli, vicedirettore della rivista Il Regno, intervenuto lunedì 16 novembre 2009 al salotto del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, la risposta è tendenzialmente negativa. Gli ultimi anni della nostra storia hanno, infatti, messo in luce un’insufficienza di strategia e progetto del Pd rispetto ai propri compiti e responsabilità.

Negli anni ’90 i progetti che hanno dato vita al primo Ulivo e alla discesa in campo di Berlusconi, si sono combattuti con alterne vicende, fino a quando sono entrambi giunti al capolinea.

Il fallimento del primo percorso ulivista si è giocato sull’illusione che si potesse guidare il cambiamento “cavalcando cavalli vecchi”. L’asse Ppi-Margherita non ha mai affrontato la questione storica con gli eredi del Pci; non minore responsabilità hannoavuto gli eredi del Pci, che hanno immaginato di passare il turno della storia senza rimettersi in discussione.

In questo vuoto progettuale le scelte sono state legate agli organigrammi più che alla definizione di un progetto condiviso non solo sul nuovo soggetto politico di centrosinistra, ma anche sullo stesso futuro del Paese.

Questa situazione frammentata e aprogettuale del Pd si è trascinata negli anni ed ora lo sta riportando nelle vecchia casa da cui era partito, che assomiglia molto alla Cosa. Ma si tratta di una risposta arretrata per chi sogna di partecipare ad un percorso di ridefinizione delle strutture democratiche del nostro paese e dargli un nuovo progetto politico. Lo stesso nuovismo della falsa partenza di Veltroni (“non era possibile imitare l’America stando a Fregene”), ha prodotto per reazione un ritorno all’indietro,

Ad un’attenta lettura i programmi di tutti i candidati alle primarie erano centrati sulla gestione dell’esistente e nessuna contraddizione degli ultimi anni è stata affrontata.

Il Pd è oggi tentato da una coerenza tutta iscritta nel passato ad ispirarsi alla Spd tedesca, ritenuto il movimento più prossimo alla propria ispirazione attuale, sognando una modifica della legge elettorale verso il modello tedesco, che è però quello di una Germania di 20 anni fa.

 

A sua volta anche Silvio Berlusconi ha velocemente tradito l’aspettativa di creazione di un centrodestra democratico, moderno e liberale, sorretto da una ventata di liberismo di marca europea.

Il partito unico creato tra Fi e An non ha ridotto le contraddizioni nel centrodesta ed ha  messo ancor più in evidenza il vuoto di leadership che c’è dietro Berlusconi. A trarne vantaggio c’è sicuramente la Lega, in forte crescita di consensi, con una presa al nord significativa grazie alla sua capacità di presidiare i territori. La Lega fornisce un microfono e un’amplificazione alle preoccupazioni e alle paure della gente e riduce col proprio operato la qualità delle risposte solidaristiche del centrosinistra messe in campo proprio per andare incontro ai bisogni dei cittadini.

 

Uno sguardo al mondo cattolico ha messo in luce che anche la chiesa dopo la fine della Dc non è riuscita a mettere in campo un pensiero strategico di ampio respiro. La gerarchia ecclesiastica ha preso le distanze dal tentativo ulivista, ritenuto non amico se non esplicitamente ostile, spostando le sue attenzioni sul centrodestra, di cui ha cercato di acquisirne la leadership culturale.

Questa scelta di clericomoderatismo faceva leva sull’Udc di Casini, considerato il proprio partito di riferimento per condizionare a proprio vantaggio l’intera politica di centro destra. Un’azione proseguita fino al 2008, quando Berlusconi ha deciso di liquidare in un sol colpo l’Udc (“o ti sciogli o ti sciolgo”), liberandosi contemporaneamente anche dai condizionamenti della gerarchia ecclesiastica.

Nel nuovo scenario non sono più recuperabili atteggiamenti identitari in forma politica, non si può più tornare ad un neopartito cattolico, come Rutelli vorrebbe.

Il passato è precluso al nostro futuro, sia per la parte democratica che per quella clericomoderata. Il tramonto del cattolicesimo è avvenuto senza vedere l’alba del nuovo giorno. Occorrerebbe dalla Chiesa una nuova ridefinizione della propria presenza nella storia, che sta iniziando a manifestarsi ma i tempi lunghi delle decisioni ecclesiastiche sono troppo lenti rispetto alle dinamiche della politica

L’ultima speranza del cattolicesimo politico è che riprenda attenzione sul versante sociale, perché la questione sociale consente di riprendere in mano il tema della ridefinizione dei diritti, delle regole e della qualità della democrazia.

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