Ferrari informa n° 2007/6

FerraInforma 6/2007

 

 

"Come valorizzare il volontariato modenese"

 

Dopo una fase che può essere definita pionieristica, il mondo del volontariato oggi sta cambiando volto e comportamenti. Si sta forse tradendo l’identità dell’esperienza del volontariato, sempre più pendolare tra funzionalità al mercato e funzionalità al settore pubblico, tra logica del profitto e logica statalista? In quale tipo di humus esso si sviluppa e prende uno stile? Per cercare di individuare tendenze in atto e immaginare azioni capaci di mantenere e promuovere una realtà, quella del volontariato, di grande valore educativo, sociale e di costruzione democratica, il Centro Ferrari ha invitato padre Giuliano Stenico, presidente del Ceis di Modena ed esperto del tema.

 

Presenza giovanile in calo nelle organizzazioni di volontariato alla persona; bassa percezione dei bisogni collettivi e dei singoli; minore impatto di quelle organizzazioni sociali - come Chiesa e partiti – radicate su una precisa riflessione sulla società e su un progetto di cambiamento; grande mobilità delle persone; formazione di basso profilo. Sono questi, a detta di padre Giuliano Stenico, degli “elementi di difficoltà nella costruzione di cornici generali di riferimento e dunque di un nuovo modello per il volontariato, elementi che ricadono sulla possibilità di immaginare un’azione di volontariato sensata - di fatto, è più complesso leggere i bisogni della società e ideare soluzioni -, che abbia come punto di forza il senso di adesione, di affiliazione”. Tutto questo insomma rende l’aggregazione e il senso di appartenenza a un’associazione meno praticabile.

Non c’è da stupirsi, allora, se oggi il fulcro del volontariato è nell’esperienza personale, radicata nel desiderio di arricchire, umanamente e professionalmente. Ne consegue, ha chiarito il sacerdote, che “la richiesta fatta alle associazioni è più alta, e più complessa la risposta alla domanda: ‘perché faccio volontariato, e perché in una determinata organizzazione?’”. Senza un’adesione a finalità e obiettivi, è più complicato “resistere” alle pressioni e al tempo che passa, come evidenziano le attuali fatiche del mondo del volontariato.

“La fascia dei volontari si restringe”, ha poi osservato il presidente del Ceis: i giovani sono sempre più pressati dalla professionalizzazione; si innalza l’età della pensione; le famiglie devono curare i membri più volubili al proprio interno, riducendo le occasioni dedicate al volontariato. Dal canto proprio, le organizzazioni, in particolare quelle che svolgono servizi alla persona, richiedono una professionalità sempre più alta che rende difficile l’accesso e la permanenza. Più debole è dunque la tenuta delle persone nel tempo e maggiore è il turn over all’interno delle associazioni.

La fine del servizio civile, in alternativa a quello militare, ha chiuso secondo Stenico un’importante porta in entrata privilegiata e formativa al mondo del volontariato, che aveva anche il pregio di aggregare persone omogenee per età. Inoltre, il bisogno di comunità è grandemente calato, vi è difficoltà ad accettare e vivere le relazioni e le dinamiche dello stare insieme, privilegiando logiche consumistiche di domanda-offerta anche nell’accesso al volontariato. “Anch’esso poi – aggiunge Stenico – subisce il contraccolpo della globalizzazione, con la conseguente fatica a identificare le proprie appartenenze e a definire la propria possibilità di ‘contare’, in un ambiente sociale e produttivo”, oggi talmente ampio e complesso da non essere più padroneggiabile.

Il volontariato attraversa insomma la stessa fase di transizione che tocca l’intera società: “non si tratta – precisa il sacerdote – di un elemento negativo, ma certo rende meno praticabili i linguaggi del passato. L’humus - frutto della stessa esplosione, crescita e strutturazione del terzo settore - non è più quello. Che tipo di comprensione ha oggi, presso i giovani, la Carta dei Valori?” si chiede Stenico, che sostiene la necessità di una mediazione, di “rideclinare parole come solidarietà, cittadinanza, gratuità, condivisione, ruolo politico del volontariato”, attraverso un “percorso che permetta di assimilarle”.

Il contenuto della riflessione è allora questo: le sfide per il volontariato di oggi sono altrettante chances per dare senso nuovo a questi concetti.

Innanzi tutto lo sviluppo del volontariato potrebbe portare la deresponsabilizzazione dell’istituzione pubblica, con delega di alcuni importanti servizi alla persona, rendendo precari i diritti dei cittadini (fenomeno molto visibile nel sud Italia, meno nel modenese). Sarà, questa, un’opportunità per una diversa costruzione del rapporto tra cittadino, amministrazione e servizi, se si sarà capaci di interpellare chi veramente lavora in questi settori – volontari e organizzazioni nate da esso, che oggi svolgono servizi professionali - per leggere le situazioni ed elaborare proposte sempre più corrispondenti ai fenomeni concreti, anche in relazione al rapporto tra qualità e risorse disponibili.

Un secondo rischio è di consentire lo sfruttamento degli operatori. “Può essere un’opportunità – esorta Stenico – per contratti più rispondenti alle esigenze della persona e del servizio, non più assimilabile ai lavori tradizionali”. Questo è vero anche nel versante della formazione di chi entra, offrendo proposte più stabili e remunerative rispetto, ad esempio, ai contratti a progetto.

Terzo, la dequalificazione dei servizi. Opportunità di crescita sarà, al contrario, una migliore interconnessione tra professionisti e volontari, per cui ciascuno può svolgere mansioni specifiche e differenti, con un innalzamento della qualità complessiva del servizio prestato.

Ma anche della consapevolezza del volontario intorno a quel linguaggio valoriale di cui si è accennato. La solidarietà parte dal chiedersi: “cosa io posso dare a questa persona?”, secondo la logica della domanda-offerta. Ma nell’esperienza specifica il volontario si rende conto che è possibile fare qualcosa solo se c’è un’organizzazione salda, inserita nel territorio. Passando dal particolare al generale, dall’esperienza singola all’affiliazione, è dunque possibile ritrasmettere certi valori. “Questo – ha spiegato Stenico - necessita di un’attenzione specifica dell’associazione: ad esempio, l’esperienza personale dev’essere aiutata ad evolvere facendo scorgere, dentro la realtà, queste connessioni”.

Il volontariato è sempre più un frutto della cittadinanza attiva, di dinamiche partecipative più che di affiliazione. E proprio perché è percepito come un’azione che viene dal cittadino, si assiste al proliferare di organizzazioni legate a finalità particolaristiche. “È sempre più difficile mettersi in rete. Non si sta più con l’organizzazione, ma con la specifica causa”, non più una tensione comune ma una aconfessionalità e pluralità di motivazioni spingono il volontario: dall’altruismo, all’espressione di sé, alla realizzazione personale.

“Gli scopi, la mission sono secondari, prevale la spinta del proprio bisogno, vi è una richiesta più alta all’organizzazione e aumentano le possibilità di frustrazione: il rischio – spiega Stenico - è che l’organizzazione non abbia risorse per rispondere, oltre alle sue finalità, anche a questo bisogno quando è eccessivo”. Di conseguenza è necessario che “la motivazione realizzativa – tipica dei giovani ma anche di adulti con bisogni esistenziali e di riconoscimento - evolva verso qualcos’altro”.

Un’altra sfida, difficilissima, è la crescita della complessità delle organizzazioni: “qui il pericolo è di diventare istituzioni, soffocando la dinamica democratica e partecipativa interna”.

Favorire la comprensione attraverso la formazione, sviluppare la collaborazione e l’organizzazione, elaborare una cultura dell’intervento, queste le conclusioni, declinate in termini di attenzioni da promuovere.

“Occorre riflettere sull’esperienza dei singoli, per mostrarne il valore rispetto alla crescita personale ma anche la ricaduta nel contesto e nella costruzione di reti”. Favorire dunque una formazione che aiuti la comprensione del problema trattato, rimandando però all’ambiente sociale e sottolineando l’efficacia dell’azione di insieme, dentro associazioni strutturate: “passare insomma da una responsabilità individuale a una sociale – ha spiegato il sacerdote – significa far entrare le persone in un mini-progetto anche gratificante e che conduce alla gratuità”.

“Servono poi rapporti virtuosi tra le organizzazioni”, ha poi chiarito padre Stenico. “Non tanto per reggere il mercato, quanto per sviluppare la cultura dell’intervento. La collaborazione non dev’essere segno di rinuncia all’identità dell’associazione, ma opportunità per dire qualcosa di forte rispetto al tipo di problema che si va a trattare”. Proponendosi, anche, di “incidere sulla percezione che la gente ha delle emergenze. Su temi caldi come immigrazione, aids, malattia mentale, le organizzazioni di volontariato possono fare molto per cambiare la percezione che le persone hanno di queste dimensioni. E dunque di cambiare la cultura – ha concluso -, cioè la comprensione dell’uomo che vive oggi”. Queste le possibilità per costruire mediazioni e salvare, dando nuovo un slancio, il linguaggio da cui il volontariato è partito.

 

 

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Nota

- L'incontro si è svolto il 7 giugno 2007

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