Ferrari informa n° 2007/3

FerrarInforma 3/2007

 

"La Chiesa e il rapporto con il mondo moderno. Dal papato di Giovanni Paolo II al dibattito attuale" è il tema di uno dei periodici incontri organizzati dal Centro Ferrari per i soci e gli amici. Come esperto il professor Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Menozzi ha innanzitutto introdotto il concetto di modernità secondo la dottrina del magistero pontificio: è l'autodeterminazione dell’uomo nella costruzione della vita collettiva, indipendente da ogni riferimento religioso o autorità ecclesiastica.

Nella storia le reazioni della Chiesa alla modernità si possono così schematizzare:

- con Pio IX e il Sillabo (1864), il rifiuto dei principi della modernità è netto e ricondotto alla contrapposizione tra bene e male, tra luce e tenebre;

- con il papato di Leone XIII (1878 – 1903) questo rifiuto è accompagnato dalla accettazione e dalla assunzione in senso positivo di alcuni mezzi e strumenti della modernità stessa;

- l’azione di condanna del modernismo è totale con Pio X (enciclica del 1907): col pretesto di usare i mezzi e le tecniche del mondo moderno, alcuni cattolici in realtà aderiscono a principi che per la Chiesa sono completamente da rifiutare.

Questo bagaglio concettuale comincia ad essere messo in discussione con il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II: emerge un nuovo atteggiamento da parte della Chiesa che non si limita al rifiuto dei principi del mondo contemporaneo, bensì ricerca in essociò che può essere opportuno e "accettabile" da un punto di vista pastorale.

E' comunque competenza esclusiva della gerarchia ecclesiastica - spiega Menozzi – stabilire cosa può e cosa non può esser accettato del mondo moderno. La costituzione pastorale Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Concilio Vaticano II, 1965) riconosce sì all’uomo la possibilità di costruire la vita collettiva, ma secondo la cosiddetta giusta autonomia, ossia un’autonomia definita da criteri morali che sono posseduti solamente dal governo ecclesiastico.

E’ lo stesso Paolo VI (papa dal 1963 al 1978), continua Menozzi, che in un discorso sul dissenso cattolico, afferma che spetta alla Chiesa e non ai credenti il compito di definire i principi e i fini della vita sociale.

Sullo sfondo di questo percorso (l'accettazione da parte della Chiesa di alcuni principi del mondo moderno e nello stesso tempo il convincimento che solo alla gerarchia è riservata la determinazione dei principi realmente ammissibili), Menozzi introduce la figura di Giovanni Paolo II, analizzando la sua linea di azione di fronte a due temi: democrazia e diritti umani.

Riguardo il tema della democrazia, Menozzi sottolinea il cambiamento avvenuto nel corso della storia da parte del magistero pontificio.

Mentre una lunga tradizione dottrinale affermava il principio di indifferenza riguardo ai regimi politici, accettati alla condizione che perseguissero il bene comune, con il Concilio Vaticano II si introduce il principio di preferenza verso i regimi democratici, ritenuti la migliore risposta all’esigenza di garantire il bene comune stesso.

Giovanni Paolo II (papa dal 1978 al 2005) accoglie e conferma questo concetto, con la precisazione però che la democrazia non è da canonizzare in quanto tale: poiché essa deve rispondere a norme etiche che appartengono al patrimonio della Chiesa, il principio di preferenza è soggetto nella storia ad una valutazione da parte dell’autorità papale, che dovrà intervenire ogni volta che il rispetto per le norme morali risulta esser messo in dubbio o in pericolo.

Infatti, se fino al 1989 la democrazia è valutata comunque positivamente, in quanto contrapposta ai condannati regimi totalitari dell'est, dalla caduta del muro di Berlino fino alla metà degli anni novanta nei pronunciamenti del papa si auspica una primavera della democrazia, ossia  una riconciliazione tra est e ovest dopo il crollo del comunismo e una successiva rigenerazione dei regimi democratici attraverso l'assunzione dei valori spirituali del cattolicesimo.

Dalla metà degli anni novanta il giudizio cambia ulteriormente: le guerre balcaniche fanno nascere un profondo pessimismo nei confronti della democrazia, regime considerato pericoloso perché basato sul principio maggioritario, contrario a quell'ordine cristiano che dovrebbe essere alla base di una comunità che vuole essere pacifica e prospera.

Se da una parte quindi dalla modernità è stata recepita la positività della democrazia, al tempo stesso nasce un atteggiamento che tende sempre più a precisarne il limite e a stabilire fino a che punto è possibile aderirvi.

Per quanto riguarda i diritti umani, Menozzi spiega che storicamente la Chiesa ne ha rifiutato il concetto così come venne affermato dalla rivoluzione francese e dalla rivoluzione americana. Ai diritti umani (contrari alla Bibbia e alla ragione, come si espresse Pio VI nel '700), erano contrapposti i diritti naturali, considerati derivati dalla natura stessa dell’essere umano e ritenuti dalla Chiesa fondamento della vita collettiva.

Il giudizio cambia con il Concilio Vaticano II e Giovanni XXIII: l’enciclica Pacem in terris (1963) non parlerà più di diritti naturali bensì di diritti dell’uomo, quelli concretamente specificati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite (1948).

Anche Giovanni Paolo II afferma che esiste un ordine naturale voluto da Dio che trova espressione nella Carta dell'ONU, ma solo in parte e in modo imperfetto e bisognoso di integrazioni. Ecco allora che il ruolo della Chiesa diventa quello di indicare quell’insieme dei diritti dell’uomo che rendono corrispondente la Carta dell'ONU alle necessità della vita sociale.

Inoltre quei diritti sanciti dalla Dichiarazione e approvati dalla Chiesa dovranno essere convalidati riconoscendone  il loro fondamento religioso. Viene rivendicata la superiorità della Chiesa e precisato che non può venire dall'ONU un pronunciamento definitivo sui diritti universali. L'unico ente autenticamente universale è la Chiesa e solo essa può sancire i diritti veramente universali.

E' questo, nota Menozzi, un passaggio fondamentale: rispetto al Concilio Vaticano II viene mantenuta l'accoglienza nei confronti dei diritti dell'uomo, ma nello stesso tempo viene sancita esplicitamente e senza appello la superiore autorità della Chiesa, concetto che non era stato espresso in questo modo negli anni Sessanta. Appartiene alla Chiesa, secondo Wojtyla, il potere di definire quali sono i diritti che appartengono alla natura umana, e questo diritto non è negoziabile; e poiché la Chiesa ha il duplice lume della ragione e della rivelazione, solo essa può nel modo migliore stabilire quali sono i diritti dell'uomo.

Se da un lato quindi, afferma Menozzi, il pontificato di Giovanni Paolo II si può considerare modernizzante (ad esempio per l'uso dei media), dall'altro lato si deve notare un rapporto con la modernità che non è andato oltre alle idee elaborate dal Vaticano II, con in più una sottolineatura del rifiuto di accettare questa stessa modernità se non dietro il controllo diretto della Chiesa, provocando così un ulteriore irrigidimento dell'idea di controllo sul moderno.

Il problema che nasce, conclude provocatoriamente Menozzi, riguarda proprio il rapporto tra la modernità, peraltro per sua natura sempre in continuo cambiamento, e la pretesa pastorale di un controllo su di essa. E' di questo che deve occuparsi la Chiesa?

 

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Note

- L'incontro si è svolto il 23 aprile 2007

- Queste note non sono state riviste dal prof. Menozzi

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