Chi è Francesco Luigi Ferrari

Francesco Luigi Ferrari (1889 – 1933), giornalista, avvocato, politico, cattolico e antifascista, è stato una delle figure più significative della storia italiana contemporanea. Ha percorso infatti in prima persona, in una molteplicità di impegni e di esperienze, il difficile cammino compiuto dalle idee di libertà, partecipazione e democrazia nei primi trent’anni del Novecento.

Dalla famiglia di origine riceve una intensa e solida formazione religiosa aperta alla dimensione sociale. Compie gli studi di legge e diventa avvocato. Nonostante gli impegni sindacali e politici che nel corso del tempo si fanno sempre più numerosi, dedica notevoli energie alla professione che vive e sente come una vocazione e che esercita anche se non può ricevere compenso, tanto che viene soprannominato "l’avvocatino dei poveri".

Si impegna nell’associazionismo giovanile a Modena e a livello nazionale nella Fuci, la Federazione degli universitari cattolici, di cui fu presidente, promuovendo una intensa attività formativa sui temi della questione sociale e della partecipazione alla vita politica.

Nello stesso tempo si fa promotore di quelle organizzazioni sindacali di ispirazione cristiana che considera strumento indispensabile per rispondere alle contraddizioni di uno sviluppo economico che non era riuscito a dare risposte convincenti ai problemi della popolazione. Il suo metodo è quello di calibrare l’azione e la scelta degli strumenti per affrontare i problemi su una analisi realistica del contesto presente, facendo contemporaneamente tesoro dell’esperienza del passato.

L’inizio dell’attività nel movimento sindacale e nell’organizzazione giovanile cattolica coincide con l’inizio della sua attività giornalistica, che accompagna sempre la vita di Ferrari, anche negli anni dell’esilio. I suoi articoli, prima sulla stampa locale e poi sulla stampa europea, sono analisi e indicazioni per interventi concreti in campo giovanile, sindacale, cooperativo, e riflessioni sulla natura di una presenza e di un impegno attivi e responsabili e sulla necessità del farsi carico dei problemi sociali e politici del mondo in cui si vive.

L’esperienza in campo sociale viene poi spesa anche in campo politico e amministrativo con l’attività di consigliere comunale (1914), in cui Ferrari si distingue per lo spirito riformatore delle sue proposte a favore delle classi popolari e contadine e per le concezioni democratiche e socialmente avanzate.

Lo scoppio della prima guerra mondiale interrompe questa esperienza. Al termine del conflitto, ancora sotto le armi, viene incaricato di stendere delle relazioni sulla situazione politica, sociale e culturale delle zone di occupazione italiana sul confine orientale. In queste note traspaiono i tratti distintivi del pensiero ferrariano, contrario alla politica delle annessioni violente e per un dispiegamento delle idee democratiche e liberali che possono garantire all’Europa un futuro di pace

L’esperienza bellica segna una svolta anche nella vita privata: nel 1918 conosce Orsola Filbier (Lina), una ragazza triestina che sposa nel 1919. Ottenuto il congedo, i coniugi Ferrari tornano a Modena, dove nascono i loro primi figli.

Ferrari riprende il suo impegno non solo sindacale, ma anche partitico con la militanza attiva nel Partito popolare, costituitosi nel 1919.

A livello amministrativo presenta diverse proposte perché la transizione alla fase postbellica non colpisca solo quei ceti meno abbienti che risultano i più esposti ai problemi economici che gravano sulla società modenese.

Il fascismo intanto, dopo aver ridotto all’impotenza le organizzazioni socialiste, si rivolge con gli stessi mezzi contro i popolari. Lo stesso Ferrari rimane vittima di una prima aggressione dello squadrismo nel maggio 1921. Questo grave momento della storia nazionale gli serve comunque per compiere un salto di qualità nella propria vita politica.

L’esigenza di rinnovare in profondità la vita democratica del paese assume una centralità assoluta, l’unica possibilità per opporsi al fascismo con un progetto. Se in precedenza questa priorità si era espressa soprattutto con l’impegno nel sindacato e nel partito a livello modenese, ora Ferrari la assume in una prospettiva nazionale e la porta avanti all’interno del partito fino a quando gli è possibile e fino a quando il fascismo non travolge ogni opposizione.

Fonda a Milano nel 1922, con Guido Miglioli, il "Domani d'Italia" che diventa l'organo della sinistra popolare. E' il principale coordinatore del settimanale che diventa fino al 1924 il centro propulsore di un approfondimento ideologico dei contenuti programmatici attorno a cui era nato il Partito popolare e al congresso di Torino, nel 1923, è tra i più risoluti a proporre la rottura con il Governo Mussolini dando pieno sostegno alla linea di opposizione al fascismo di Luigi Sturzo.

Nonostante un’aggressione squadrista dopo il congresso e la sorveglianza della polizia, mantiene il suo attivo impegno antifascista sino allo scioglimento del PPI nel 1926. Negli ultimi giorni sfugge alla cattura dei fascisti che gli distruggono lo studio di avvocato e va esule in Francia.

Dopo aver fatto tappa a Parigi e a Bruxelles, si trasferisce a Lovanio dove segue i corsi dell’università locale e scrive "Il regime fascista italiano". L'intento di Ferrari è suscitare un dibattito sul carattere del regime tra gli antifascisti in esilio e soprattutto sensibilizzare l’opinione pubblica degli altri paesi europei sulla idea che le vere radici del fascismo vanno cercate in una concezione oligarchica e scarsamente democratica della politica. Al tempo stesso con questo scritto riafferma con forza la sua fede nelle istituzioni politiche di una moderna democrazia parlamentare che garantisca i diritti individuali della persona umana e consenta sempre più ampie forme di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica.

A Lovanio lo raggiunge nell’esilio la moglie con i figli.

Collabora in quegli anni alle maggiori iniziative promosse dagli ambienti del fuoriuscitismo democratico.

Nel 1930 e nel 1931 diffonde clandestinamente in Italia, tramite il movimento di Giustizia e Libertà, due lettere a tutti i Parroci contro i rischi della utilizzazione del Concordato del 1929 da parte della dittatura, evidenziando in questi scritti la sua idea che la libertà non è un bene frazionabile e che certe concessioni alla chiesa da parte del regime non possono essere considerate forme di libertà quanto tutte le altre libertà pubbliche e private sono soppresse.

Negli ultimi anni dell'esilio, trasferito con la famiglia a Parigi, dedica tutto il suo impegno alla redazione di una rivista politico-culturale, da lui fondata e diretta, intitolata "Res Pubblica", alla quale collaborano i più bei nomi del fuoriuscitismo democratico.

Il 2 marzo del 1933, all’età di appena quarantatre anni, Francesco Luigi Ferrari muore in una clinica parigina per il riacutizzarsi di un trauma polmonare, causato probabilmente dalle percosse subite in Italia. Lascia la moglie che proprio in quel giorno festeggia il compleanno e quattro figli, di cui uno di appena un mese.

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